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domenica 11 settembre 2022

Lo sport. Quello vero. Ma anche molto bello

Una partita bellissima, perchè l'Italia ha giocato un volley divertente, fantasioso. Un volley allegro, quasi scanzonato, ma in realtà basato su fondamentali davvero ottimi. E una gran voglia di correre, faticare, essere su ogni palla e... essere una SQUADRA.

Vedere Giannelli mettere giù quelle palle (oltre naturalmente che non sbagliare un palleggio) ... Balaso che saltava come un grillo e arrivava ovunque... ragazzini come Lavia, Romanò e Michieletto sempre sorridenti, anche dopo un errore...

Già i tifosi della Pallavolo INSEGNANO agli altri cos'è lo sport (seduti l'uno a fianco all'altro, senza bisogno di Celerini, reti e tornelli), ma i nostri ragazzi hanno insegnato alle nazionali di tutto il mondo come si GIOCA con il sorriso sulle labbra, senza accettare provocazioni, senza furbizie, senza cattiveria inutile e gratuita.

Se non si perdono per strada (e spero proprio che De Giorgi non glielo permetta), questi ragazzini terribili hanno davanti a loro tre lustri da fenomeni.

Campioni del mondo. Dopo 24 anni. Bel risultato, bella partita, bel torneo, grazie ragazzi!

giovedì 21 luglio 2022

Questi sono i cialtroni che vanno cacciati. Se no, siamo complici del fallimento del nostro Paese

Sfascisti, incapaci, demagoghi

Purtroppo lo sfascismo è maggioranza in questo Parlamento e, temo, anche nel Paese.

Siamo un popolo con scarsissima cultura politica, abbocchiamo agli urlatori, ai populisti, ai qualunquisti. Leggiamo poco, riflettiamo ancora meno.

Abbiamo riempito il Parlamento di incapaci, inetti, demagoghi.

I danni creati in questi pochi mesi dall'egoismo, dallo sciacallaggio e dall'autoreferenzialità di Conte, Salvini e Berlusconi, che si sono uniti a quelli dei destrorsi ed antieuropei della Meloni, li pagheremo per anni e anni. Tutti.

Draghi era rispettato e autorevole, uno scudo nei confronti dei mercati internazionali, rispetto alla pochezza e alla pericolosità di leghisti, fascisti, grillini e berlusconiani. Non aveva la bacchetta magica e neppure una sua maggioranza coesa in Parlamento, ma senza questo scudo il debito pubblico ci costerà moltissimo, così come sarà ben difficile giocare da protagonisti nel mondo dell'economia.

Servizi pubblici, pensioni, risparmio, energia: sembra impossibile, ma un Paese come l'Italia è a rischio. Siamo a rischio. E quando sei sull'orlo di un precipizio occorrerebbe attenzione, non cialtronaggine sguaiata.

Sarà una campagna elettorale marcia, fatta di slogan e di numeri inventati di sana pianta, buttati lì senza costrutto negli studi televisivi.

Un disastro. Che, come popolo, ci meritiamo. Perchè quando si va a votare, se si vota così, è giusto fallire.

E adesso, da qui a ottobre, vediamo se qualcuno si rende conto del disastro politico-economico-diplomatico, oppure continueremo ad essere un popolo di elettori cialtroni ben rappresentato in Parlamento.

giovedì 12 agosto 2021

Libertà di scegliere sulla propria vita. Fino alla fine!

Questa è la lettera aperta che un Cittadino italiano, tetraplegico e sofferente da 10 anni a causa di un incidente stradale, ha scritto al Presidente del Consiglio e al Ministro della Salute. A leggerla ci si sente male. Ma soprattutto ci si incazza, perchè una classe politica da decenni inginocchiata ai voleri della chiesa cattolica, continua a tenere in ostaggio le nostre vite. 

Scrive accorato Mario, dopo aver bene raccontato dolori e umiliazioni giornaliere: "Chi ha il diritto di dirmi di continuare a soffrire? Nessuno può impormi tutto questo, in un Paese civile. Così come ho il diritto alle cure, ho il diritto di porre fine alle mie sofferenze. È un dovere rispettare la decisione del malato"...

Auguro di cuore di passare tutto ciò che sta passando Mario a chiunque contrasti la legge che consente libertà di scelta agli italiani sul proprio fine vite. Tutto, Anche un po' di più.

E invito tutti a firmare per il referendum a favore dell'eutanasia legale, che oggi si può firmare anche online. Qui.

Facciamo sentire la voce di chi vuole essere un Cittadino libero. Fino alla fine. Perchè la Vita è la nostra!


giovedì 18 ottobre 2018

Il popolo che crede alle bacchette magiche

Gli italiani.
Siamo uno dei Paesi più indebitati d'Europa (mi pare il secondo dopo la Grecia), abbiamo infrastrutture ridotte male perchè costruite male, abbiamo poco senso civico (basta osservare come la maggioranza degli italiani tratta i beni comuni) ed ancora meno morale (l'Italia è o non è, da secoli, il paese dove la furbizia conta più della competenza?) e numerose zone del Paese sono di fatto in mano alla criminalità organizzata, che quantomeno decide quanto riscuotere di pizzo, chi fare assumere, quali fornitori devono utilizzare le aziende (e poi ci chiediamo perchè non si investe al sud e non si riesce a ridurre la disoccupazione).
E questi mali sono atavici e sono tutti nostri. 
Non sono colpa dei tedeschi, dei francesi o della UE, sono dovuti alle scelte politiche degli italiani, della classe politica che gli italiani si votano e si scelgono in assoluta libertà.
Politici che sono eletti se promettono qualcosa: meno tasse, un posto di lavoro anche quando è inutile, una pensione più alta rispetto a quanto versato, oppure in anticipo. Un condono (fiscale, edilizio... anche se poi dopo al primo temporale si scopre che il condono non serve a non far esondare il torrente su cui si è costruito in spregio ad ogni norma... e la colpa torna ad essere dello Stato).
Siamo un popolo che ha avuto una buona classe politica solo nei primi anni del secondo dopoguerra
Come mai? Semplice: tutti i vertici delle Istituzioni, in quegli anni, venivano dalla lotta di Resistenza.
Ma la Resistenza è stata fatta da un'elìte, quindi chi era chiamato a governare o a reggere le neonate imprese di Stato (dalla Rai all'Eni, dall'IRI agli enti locali) veniva da quel ristretto numero di Italiani che aveva scelto coscientemente di combattere la dittatura.
Quando le masse (compreso quello sciagurato 46% che ancora aveva votato per la Monarchia nel 1946) hanno cominciato a far pesare le proprie scelte elettorali, ecco che la nostra classe politica è tornata ad essere mediamente pietosa.
Negli anni 70 e 80 abbiamo sciupato tutto l'abbrivio datoci dalla ricostruzione e dal Piano Marshall.E la politica ha cominciato a 'comprare' l'elettorato facendo debiti a lunga scadenza... migliaia di lavoratori e di enti inutili, pensioni erogate anche solo dopo 14 anni sei mesi e un giorno di lavoro, oppure calcolate non su quanto versato ma in base all'ultimo stipendio (magari aumentato il mese prima di andare in pensione)...
...e gli elettori (che vogliono sempre passare per incolpevoli, ma in realtà hanno la responsabilità del loro voto e delle loro scelte) hanno votato in massa per chi prometteva ed erogava favori, prebende, pensioni (e hanno rafforzato sindacati che chiedevano le stesse cose, non pensando mai al futuro)... non chi avvertiva che così facendo si indeboliva il Paese, perchè già se devi pagare degli interessi sul debito, poi hai dei costi in più e sei meno competitivo degli altri... poi sei più debole e ricattabile, visto che devi affidarti ai mercati finanziari per trovare prestiti.
Ecco la storia del perchè ci siamo ridotti così.
Ed ancora oggi la stragrande maggioranza degli italiani cerca favori, riduzioni di tasse o quantomeno trovare dei colpevoli, dentro (i 'ladri') o fuori (quei cattivoni della UE).
Ma senza i sacrifici fatti negli anni 90 per entrare nell'Euro, oggi saremmo già falliti. Chi avrebbe investito i propri denari nella svalutata ed inaffidabile liretta?
Siamo entrati nella crisi globale del 2007 come il vaso di coccio tra quelli di ferro... ed è già tanto se ne siamo usciti solo ammaccati e non affondati (grazie, appunto all'Euro e alla BCE di Draghi)... e ancora gli ignoranti sono qui che cercano dei colpevoli per i sacrifici... 
...siamo noi i colpevoli.
Lo siamo quando votiamo Berlusconi che getta via miliardi per salvare Alitalia (ed i bacino di voti che rappresenta) lo stesso che oggi voglione (ri)fare leghisti e grillini, o che promette l'abolizione dell'ICI (ma poi ovviamente da qualche altra parte i soldi li dovrà prendere, no?).
Lo siamo quando votiamo dei cialtroni che ogni giorno sparano sulla UE o sui mercati finanziari (ai quali dobbiamo il fatto di avere ancora un'economia funzionante), che vogliono spendere miliardi (che non ci sono) in prebende assurde ed incontrollabili come il reddito di cittadinanza (un regalo a milioni di lavoratori in nero, in regioni dove lo Stato non riuscirà a controllare nulla).
Via gli alibi. La responsabilità è nostra.
Ed ora dobbiamo mandare a casa questi cialtroni al governo, che rischiano di vanificare in pochi mesi i sacrifici fatti fin'ora, e di indebitare ancora di più le nuove generazioni, zavorrandone il futuro.

lunedì 18 aprile 2011

'Allontanarsi dall’Europa è un suicidio per noi'

Una bella intervista di Maurizio Molinari a Romano Prodi, oggi su La Stampa. Il Professore: “A dominare il nostro continente è la paura”

È il giorno in cui interviene al seminario «150 anni di governo italiano, cosa è stato ottenuto?», organizzato dall’ateneo assieme all'Istituto di Cultura italiana di New York. Il tema sul quale Prodi si sofferma, concludendo una giornata di lavori che ha visto la partecipazione di numerosi italianisti, è «la paura che domina l'Europa e di cui l'Italia è parte». Ed è proprio questo concetto gli chiediamodi approfondire, accompagnandolo verso la residenza del rettore David Kertzer.

«L'Europa in questo momento ha paura di tutto, della concorrenza cinese, degli immigrati africani e degli altri Paesi europei, ha paura della non ripresa ed ha anche paura dell'euro» ci dice, spiegando chela responsabilità è «dei governi europei che non prendono decisioni collettive» indugiando «nei riti di questi summit europei in cui Francia e Germania danno la linea, per poi non essere d'accordo neanche fra loro» come dimostra anche «l’emergenza della Libia sulla quale l'Europa è divisa».

Ciò che più lo preoccupa è come «la paura si diffonda anche a livello popolare» portando a situazioni nelle quali «singoli Stati ipotizzano l'uscita dall’Europa».

L'ex presidente della Commissione Europea ha quasi un sussulto nell’affrontare questo ipotetico scenario. Evita accenni diretti all'attuale governo italiano ma il suo riferimento alle recenti minacce di«uscire dall’Europa» lascia pochi dubbi sull’identità di chi ha in mente: «Coloro che fanno tali affermazioni sono leader politici che non hanno il senso della Storia, preferiscono inseguire le elezioni del giorno dopo o gli opinion polls del giorno stesso che indubbiamente riflettono gli umori di un populismo che aumenta, creando così una reazione a catena. Ma significa andare verso un suicidio collettivo».

Ciò che rimprovera al governo è aver stravolto il legame fra l'Italia e l'Europa: «Fino a poco tempo fa l'Italia aveva un’identità europea molto radicata ma il governo ha cavalcato l'euroscetticismo, sostenendo la rivolta di Francia e Germania contro il Trattato di Maastricht, e ciò ha avuto come conseguenza che con il passare del tempo anche l'orientamento della società è mutato».

L’ironia della sorte vuole però che la massiccia ondata di clandestini dal Nord Africa ha fatto sì che «il governo negli ultimi tempi si è accorto che l'Europa gioverebbe sul fronte dell’immigrazione» anche se da Bruxelles sono arrivate risposte deboli se non del tutto insufficienti. «Di fronte ad un'emergenza di simili dimensioni la risposta europea dovrebbe essere un piano di aiuti massicci per ottenere una rapida normalizzazione delle condizioni economiche di quei Paesi» spiega, sottolineando come «l’entità dell’intervento necessario è tale che forse neanche l’Europa da sola potrebbe bastare, servirebbe un’azione congiunta assieme agli Stati Uniti ed anche alla Cina visto che sitratta di un problema globale».

Lo sbandamento sull’immigrazione e l’euroscetticismo imperante lascia intendere che «l’Italia sta andando verso il basso e per risollevarsi ha bisogno di maggior concordia, di qualcuno che si assuma la responsabilità di scelte coraggiose e impopolari» rinunciando al populismo che «spinge a dare tutta la colpa all’euro perché di fronte alla globalizzazione del mondo la moneta unica è il solo strumento che abbiamo per difendere le nostre aziende».

Per Prodi «l' alternarsi di cadute e risalite» è una costante della Storia italiana degli ultimi 150 anni e il fatto che «oggi siamo in basso» gli fa ricordare il precedente dell’Italia di Crispi «che fu criticata dall'Economist perché aveva deciso di costruire un grande maglio per le acciaierie a Terni, in Umbria, lontano dal mare». Crispi rispose a quelle obiezioni ribattendo che «l'Italia ha un cuore d'acciaio e dunque abbiamo portato l'acciaio nel cuore dell’Italia» con un esempio di «facile populismo» che Prodi ritrova oggi nell’approccio all' immigrazione.

Guardando alla sponda Sud del Mediterraneo, Prodi vede nelle rivolte arabe «lo scoppio di società fatte di giovani, disoccupati e colti incompatibili con governi tirannici» e sottolinea la necessità di «studiare un piano di aiuto per la Tunisia e l'Egitto», esprimendo in particolare preoccupazione per il dopo-Mubarak dove «l'ingente fuga di capitali all'estero» e i «pressanti problemi economici» potrebberoinnescare una «pericolosa seconda fase della rivoluzione» destinata a opporre questa volta le piazze ai militari.

Riguardo alla crisi militare in atto nella Libia di Muammar Gheddafi, l’ex presidente del Consiglio ritiene che «la mediazione più credibile in atto è quella dell’Unione Africana perché non è partigiana e non ha una veste occidentale».

Da tempo convinto della necessità di «assegnare un maggiore ruolo internazionale all'Africa», Prodi è impegnato a preparare per giugno un convegno a Washington proprio su questo tema, in forte sintonia con gli orientamenti dell’amministrazione Obama.Tornando all’Italia è l’intervento nell’auditorium che gli consente di soffermarsi sul nodo dei conti pubblici: «Non dobbiamo dimenticarci che abbiamo bisogno del 70 per cento del Pil per pagare gli interessi del debito pubblico, non bastano i risparmi dei privati a metterci al riparo da ogni rischio, servono riforme strutturali».

Il finale è su un tema che riscalda la platea di studenti e docenti ovvero la «questione comunista in Italia». Prodi la riassume così: «L'Italia è l’unico Paese dove il pericolo comunista è diventatoun tema centrale del dibattito politico dopo la caduta del Muro di Berlino». Si tratta di una contraddizione che a suo avviso si spiega con la stessa «logica della paura che guida la politica» perché «in Italia un conflitto in passato c’è stato e scegliendo di farlo riemergere si torna a far leva sulle paure» per «vincere le prossime elezioni». E per spiegare ai presenti quanto profonde sono queste ferite italiane ricorda un episodio personale, quando all'età di cinque anni «una domenica uscii dalla messa e il parroco venne ucciso davanti ai miei occhi, che mia sorella coprì mettendomi una mano davanti». Da qui la conclusione: «L'Italia oggi è una nazione da riconciliare».

Un mio unico commento: che differenza rispetto alle parole vuote, ripetitive e becere di chi ci governa oggi... Gattostanco

martedì 15 marzo 2011

Itaglia 150

C'è un bel commento di Massimo Gramellini, pubblicato su La Stampa di oggi. Fa riflettere, dovrebbe far riflettere... eccolo:
Andrea Carandini, archeologo di fama mondiale, ha lasciato la presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali: i troppi tagli al bilancio gli impediscono di continuare a svolgere seriamente il suo mestiere. Non sappiamo a chi Carandini abbia materialmente rassegnato le dimissioni, dato che il ministro Bondi non esce di casa da mesi.
Però ci piacerebbe almeno sapere che cos’ha fatto di male la cultura a questo Paese per meritarsi un disinteresse così suicida. Nonostante molti lo ignorino o addirittura lo disprezzino, il patrimonio artistico e culturale è l’unico petrolio su cui siamo seduti, nonché la principale e forse unica ragione per cui il mondo si ricorda ancora ogni tanto della nostra esistenza.
Una classe dirigente di buon senso taglierebbe ovunque, tranne lì. Se poi fosse anche una classe dirigente illuminata, proverebbe a immaginare un’Italia diversa. Un’Italia del bel vivere, punteggiata di musei accoglienti, siti archeologici spettacolari e teatri lirici con un cartellone di Verdi e Puccini pensato apposta per i turisti.
Un’Italia degli agriturismi e dei centri benessere. Dei mari e delle coste ripulite da tutte le sozzure. Dei pannelli solari installati sui tetti di tutte le abitazioni private. Dei prestiti facili alle cooperative giovanili che propongano iniziative originali nell’arte, nello spettacolo, nella moda e nel turismo di qualità. Un’Italia verde e profumata, il polo attrattivo di tutto ciò che è bello.
Saremmo più felici e più ricchi. Ma soprattutto saremmo quel che ci ostiniamo a non voler essere: italiani.

mercoledì 3 dicembre 2008

Sarebbe facile rispondere "chissenefrega"...

Dopo in "no" del Vaticano alla proposta di depenalizzare l'omosessualità, oggi tocca al disabili. Come aveva annunciato non ha firmato la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, circa 650 milioni nel mondo che, entrata in vigore l'8 maggio scorso, è il primo trattato sui diritti umani del terzo millennio ed è stato approvato dall'assemblea generale dell'Onu nel 2006.
"Non c'è assolutamente nulla di nuovo", ha detto il direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi. Già, non c'è niente di nuovo.
Da anni il Vaticano cerca di fermare l'Onu e le Istituzioni internazionali in tema di contraccezione, lotta all'Aids, politiche di riduzione della natalità nei Paesi dove poi si muore di fame, malnutrizione, povertà, sovrappopolazione.
Da anni, soprattutto in Italia (ovviamente) il Vaticano costituisce una lobby politica e finanziaria fortissima, che al di là del numero dei cattolici praticanti o delle volontà espresse dalle opinioni pubbliche, ottiene dalle forze politiche privilegi e leggi a favore delle indicazioni della chiesa cattolica.
Sarebbe bello poter scrollare le spalle e dire "chissenefrega" davanti alle solite esternazioni vetero-bigotte di Ratzinger & c., consci del fatto che anche molti tra coloro che vanno a messa tutte le domeniche scopa fuori dal matrimonio se ne ha voglia, usa i contraccettivi perchè previdente, abortisce se ne sente la necessità, relaziona con altri del suo sesso se quella è la sua sensibilità etc.
Sarebbe bello poter scrollare le spalle e dire "chissenefrega" nella certezza che, come sul tema del testamento biologico e del diritto a scegliere come finire la propria esistenza, debba essere l'individuo e non un prete che ti dice "la tua vita è di dio, soffri e sta zitto".
Però non possiamo.
Non possiamo perchè le esternazioni della chiesa cattolica non sono indirizzate solo a coloro che credono (e quindi è giusto affermare che la chiesa può in ogni momento esprimere ciò che vuole) ma legano anche me, tutti i non credenti o i diversamente credenti, a leggi e limitazioni dei propri diritti individuali decise ed applicate da una classe politica intimorita dalla forza politico-finanziaria del Vaticano.Oggi se in Italia il divorzio e l'aborto sono un diritto (non un obbligo, attenzione!), lo dobbiamo a due referendum.
Dobbiamo rilanciare questa voglia di libertà degli italiani.
Dobbiamo far sentire ai preti l'isolamento culturale nel quale le alte grarchie della chiesa li stanno ponendo rispetto al comune sentire degli italiani e dei cittadini moderni.Civilmente, ma fermamente, dobbiamo ricominciare a lottare per i nostri diritti.
Che non vuol dire obbligare un cattolico all'eutanasia, all'aborto, al divorzio: ma impedirgli di schiacciare i nostri, di diritti!

domenica 3 giugno 2001

Mario Rigoni Stern: 'La Repubblica nata nei lager'

Ripropongo uno splendido articolo di Mario Rigoni Stern pubblicato, su La Stampa, all'indomani del 2 giugno 2001

NEL 1939 Mussolini, in un discorso alle grandi manovre, aveva gridato «... quest’anno il congedo non verrà!».
La classe di leva era il 1917 e da allora incominciò a cambiare qualcosa. 
I veci smisero di cantare l’allegra canzone dei congedanti ma anche un’altra che era nata alla fine dell’Ottocento, composta, secondo la tradizione del 6° Alpini, dal tenente Magliano. Diceva: «Sul cappello portiamo il trofeo / dei reali di Casa Savoia / Lo portiamo con fede e con gioia...».

Poi, nel giugno 1940 andammo sulle Alpi Occidentali cantando: «Con il fucile novantuno / che quando spara non fa fumo / e con il settantacinquetredici la Francia tremerà...». 
Il fucile modello 1891 era quello dei nostri padri nella Prima guerra mondiale; il 75/13 l’obice Skoda di preda bellica, già in uso nell’Esercito austro-ungarico.

Nella disgraziata campagna contro la Grecia nacque la più triste canzone di guerra: «Sul ponte di Perati bandiera nera / l’è il lutto degli alpini che van a la guerra ...».

Francia, Africa, Grecia, Balcani, Russia... Vennero anche il 25 luglio e l’8 settembre 1943... 
Quelle discussioni nelle lunghe ore della fame. Fu lì, nelle baracche del Lager 1/B, nella Masuria, che vedemmo definitivamente chiaro: basta con i re, basta con il duce!

Non eravamo acculturati politicamente, non avevamo avuto maestri, elementari le nostre scuole ma, oramai, eravamo carichi di esperienze, anche se giovani. 
Dicevamo, nelle ore del freddo e della fame: «Quando ritorneremo in Italia bisogna cambiare: repubblica!».

E con che forza quel 2 giugno di 55 anni fa calcammo la matita copiativa sulla scheda che indicava repubblica contro re e duci e su quell’altra per l’Assemblea Costituente che aveva il compito di elaborare e votare la nuova Costituzione. 
Era la prima volta che noi, generazioni cresciute sotto il fascismo, e le donne avevamo il diritto di voto. 
Era l’Italia che ci aveva chiamato a farlo. Quella povera Italia che - per fortuna! - aveva perduto la guerra e sulle montagne, con la Resistenza, ritrovata la libertà.

Era un’Italia rotta, affamata, lacera nella quale tutti i partiti collaborarono in solidarietà nazionale che permise una ricostruzione straordinaria.

Questo pensavo poco fa guardando alla televisione la rivista prima e la sfilata poi per la Festa della Repubblica.

E lì, a rappresentare l’Italia, c’era sul palco delle autorità un presidente senza pennacchi e medaglie, sereno nel suo vestito della festa; sorridente salutava, e davanti a lui non c’erano aquile romane o croci uncinate ma tante bandiere d’Europa e la gente applaudiva e le donne buttavano fiori, i bambini seduti per terra si divertivano e non sfilavano in divisa. 
Passavano davanti ai nostri occhi tanti anni di storia e di sofferenze, vedevamo il trascorrere dei decenni, di epoche ormai, e alla fine ci veniva di fare delle considerazioni: erano in questa festa del 2 giugno più i servizi civili e per la pace che non quelli per la guerra. Che bello!

Mario Rigoni Stern

da La Stampa On Line