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martedì 22 aprile 2025

Cari bigotti, godetevi il lutto, ma vi dico, con sobrietà, che avete perso. E siete finiti

Il governo proclama ben cinque giorni di lutto nazionale per la morte di papa Francesco, in vista dei funerali che si terranno sabato: ed il ministro Nello Musumeci (sì, già questo è abbastanza triste 😅) ha persino affermato che per il 25 aprile le celebrazioni della Festa della Liberazione saranno sì ammesse ma «con sobrietà»

Come d'altronde sta avvenendo per altre ricorrenze formali e informali, all'insegna di un lutto clericale imposto di fatto a tutti i cittadini.

Che vadano 'fanculo: ora e sempre Resistenza. Viva il 25 aprile, viva la Libertà, viva la Repubblica, laica e democratica. Sobrietà sto cazzo.

I bigottini siano liberi di credere alle loro panzane, ma che smettano di rompere i coglioni a tutti, tanto i giovani trombano lo stesso (altro che la castità) e per fortuna con diffuso uso di anticoncezionali, in chiesa ci va una striminzita minoranza, anche i matrimoni civili sono ormai maggioranza. Il divorzio ormai è cosa normale, comunque, così come l'aborto. E se la politica ci permettesse di contarci sul diritto di scegliere il proprio fine-vita, sul suicidio assistito o sull'eutanasia, i bigotti sarebbero di nuovo sconfitti duramente.

Bene, divertitevi pure, con il vostro lutto di stato e lo show del funerale. Nella Società e nella vita di tutti i giorni siete finiti, i seminari ed i conventi sono vuoti, le parrocchie sono senza parroci: avete già perso.

giovedì 25 aprile 2024

Buon 25 aprile a tutti quelli che...


Buon 25 aprile a tutti quelli che comprendono il valore della democrazia, della libertà, dei diritti civili.

E un grazie a chi ha combattuto per ridarceli, dopo un ventennio oscuro di un regime crudele, sanguinario e ignobile.
Perché la libertà, i diritti e la democrazia vanno difesi. Anche combattendo, se necessario.
Questa è la vera lezione del 25 aprile.

giovedì 14 luglio 2022

Grazie Direttore.


Nel 1976 avevo dodici anni, ed ero in seconda media. Ma leggere era già la mia grande passione, e quando uscì il primo numero de La Repubblica, ricordo che passai dall'edicola prima di andare a scuola. Ovviamente non ero ancora pronto per quel giornale: bello e moderno il formato tabloid, ma troppo serio e profondo per un ragazzino.

Però poi, da adulto, Repubblica è il Quotidiano che mi accompagna da tanti anni, così come il piacere, di domenica, di leggere con maggiore tranquillità e minor fretta gli editoriali di Eugenio Scalfari, Giornalista che forse ho amato meno dello scorbutico e sanguigno Indro Montanelli e del perennemente partigiano Giorgio Bocca, ma al quale va attribuito il merito di avere davvero innovato più di chiunque altro l'informazione italiana, prima con L'Espresso, poi appunto con Repubblica.

E allora, caro Direttore, mi permetta di dirle grazie. Ci sono ancora centinaia di migliaia di italiani che leggono, si informano e riflettono, grazie al lavoro di professionisti dell'informazione, grazie a strumenti, come è un giornale, che questo consentono. Che non hanno portato il cervello all'ammasso dei meme anonimi di Facebook, dei post insopportabilmente taglienti a causa dell'imposta brevità di Twitter, delle stupidaggini colorate o filmate degli influencer di Instagram e TikTok.

I temi di una società complessa, dove economia e sicurezza, futuro e lavoro, vita e morte, diritti e libertà, dipendono dalle scelte di chi va a votare e di chi poi risulta eletto, non possono essere condensati in un meme, in uno slogan, in una foto o in un videoclip. Quando milioni di cittadini se ne convincono, spesso anche soddisfatti della loro ignoranza, poi accadono le cose peggiori: a governare chiamano pifferai magici e parolai imbonitori e populisti, che presto lasciano solo macerie, disoccupati e debiti.

La cultura e l'informazione, il dubbio, l'approfondimento e la riflessione, sono essenziali per cercare di capire (mica sempre ci riusciamo, eh!) la società nella quale tutti noi, volenti o nolenti, siamo chiamati a vivere. L'Espresso e La Repubblica, ed i tanti professionisti dell'informazione che, anche grazie alle idee ed alle riflessioni di Eugenio Scalfari hanno imparato a far bene il proprio mestiere, hanno reso un servizio al Paese. Lo hanno reso un po' migliore, o almeno hanno provato (e qualche volta ci sono riusciti) ad arginare il peggio che viene dall'ignoranza e dall'improvvisazione.

Grazie Direttore. Un lettore affezionato. 

sabato 3 gennaio 2009

Quando si nega il diritto di morire

Ieri su La Repubblica è stato pubblicato un coraggioso ed ottimo articolo scritto da due genetisti, Luca e Francesco Cavalli-Sforza. Lo pubblico integralmente, perchè ne condivido pienamente l'analisi (i grassetti, nel testo, li ho messi io...).
Il caso Englaro e la necessità di una legge sul testamento biologico
Quando si nega il diritto di morire
SE uno di noi volesse negare a un altro il diritto di vivere (a una donna di partorire, per esempio, o a chiunque di esistere), tutti insorgeremmo, si spera, e cercheremmo, potendo, di impedirglielo. Tant'è vero che in Italia e in Europa non ammettiamo la pena di morte.
Ma se qualcuno rivendica il diritto di morire, glielo si nega, anzi si va a qualunque estremo per rifiutarglielo.
Il caso di Eluana Englaro ci getta in faccia con evidenza macroscopica, anzi spaventosa, questo dato di fatto. Perché una persona non dovrebbe avere il diritto di morire?
Che la persona sia vecchia e malata, tormentata da sofferenze insopportabili, o che sia giovane e sana, nel pieno delle sue forze: anche se avesse ogni ragione di vivere la vita, ma decidesse invece di togliersela, e qualunque fosse il motivo del suo gesto, che diritto avremmo di negarglielo?
Privare se stessi della vita è una follia, d'accordissimo. Ci ripugnerà, non c'è dubbio. Sarà come minimo doveroso fare tutto il possibile per evitare che una persona commetta questa pazzia, darle un supporto che la possa aiutare a scoprire un senso nella vita. Ma se ha deciso di farla finita, con quale autorità glielo si può impedire?
In Italia, ci informa l'ISTAT, 2867 persone si sono uccise nel 2007: quasi 5 persone per ogni centomila abitanti. La vita è l'unico bene che abbiamo, la fonte di ogni altro bene: chi se la toglie lo fa di solito per disperazione o dolore o infelicità intollerabili, perché non sopporta più di vivere. Che sia la rovina economica a portare al suicidio, o il peso delle proprie azioni sbagliate, o un ricatto esterno, o la vergogna, o la semplice alienazione, perché con nulla e nessuno nella vita riusciamo a interagire, o qualunque altro sia il motivo, chi si suicida ha le sue ragioni per farlo, e ciascuna di queste è una sconfitta.
In passato però, e per secoli, ci si è suicidati anche solo per onore (una tradizione che in Giappone è ancora viva). I suicidi imposti da tiranni, come quello di Seneca, non sono stati visti come sconfitte, ma come affermazioni di libertà interiore anche davanti alla morte. Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta, dice Virgilio presentando Dante.Che il suicidio sia una cosa terribile è un'affermazione che ci trova tutti d'accordo: siano più o meno felici o infelici, circa 99.995 italiani su 100.000 non si privano del proprio bene fondamentale. Ma cosa ci dà il diritto di vietare ad un altro di togliersi la vita, al punto di considerare il suicidio un reato?
Se la persona in piena lucidità è determinata a porre termine ai suoi giorni, chi siamo noi per negarle la possibilità di farlo?
Cosa sappiamo della vita e della morte?
Cosa ci autorizza a rifiutare il diritto di disporre della propria morte, mentre riconosciamo il diritto di indirizzare la propria vita?
Chi è religioso invocherà la volontà di Dio, che avrebbe creato l'individuo, ma perché mai questa convinzione dovrebbe valere per chi non vede da nessuna parte la presenza di un Dio?
Che ogni individuo sia libero e responsabile delle proprie azioni: così vogliamo le nostre società. Se lo Stato o la Chiesa o la famiglia o chicchessia pensa di avere qualcosa da dare o da rivendicare, che lo faccia: parli con la persona, dia una mano se può. Ma se non può, o non ne è capace, o quanto fa non serve, che rispetti la scelta dell'aspirante suicida.
Negare la libertà di morire è ridicolo per due ragioni: intanto perché chi vuole suicidarsi prima o poi ci riuscirà, se non è stretto in una camicia di forza o reso incosciente dai farmaci (e, beninteso, ci sono situazioni che lo esigono). Ma nessuno in definitiva può impedirgli di uccidersi, una volta tornato a casa.
Seconda ragione: la nostra morte è certa, già che siamo vivi, anzi è forse l'unica certezza universalmente riconosciuta. Perché mai una persona nel pieno delle proprie facoltà mentali non dovrebbe essere libera di decidere il tempo e il modo della propria morte, anziché affidarli alla natura e al caso?
Chi nasce è comunque destinato a morire. Una società che voglia dirsi civile non può negare ai suoi membri il diritto di decidere della propria morte.
Il testamento biologico, norma di elementare rispetto della libera volontà dell'individuo, è tabù da noi in sede legislativa.
I tentativi di portarlo all'attenzione sono ricacciati come polvere sotto il tappeto. L'idea che una persona possa disporre le condizioni della propria morte, in determinate circostanze - per esempio, se si ritroverà in coma vegetativo permanente - è così controversa da terrorizzare i politici.
Eppure, né i politici, né gli ecclesiastici, né i medici, né nessuno probabilmente, sa che cosa accade o non accade in quello spazio intermedio fra la vita e la morte che è il coma. Nessuno sa se rimanga qualcosa di ciò che consideriamo il nostro io o che chiamiamo "coscienza". Già che nessuno lo sa, perché la scelta non dovrebbe spettare al diretto interessato?
Nella vicenda di Eluana Englaro, in coma da quasi diciassette anni dopo averne vissuti ventidue, si è giunti allo scontro istituzionale, un po' come se la magistratura ordinasse la scarcerazione di un detenuto ma il potere esecutivo lo ricacciasse in cella. Eppure la ragazza, sconvolta dall'analoga sorte di un amico, aveva espresso con forza e con chiarezza ai genitori la sua volontà di non essere intubata, se qualcosa del genere fosse accaduto a lei.
In un Paese dove ogni giorno muoiono in media quattro lavoratori per incidenti sul lavoro, per lo più dovuti al mancato rispetto di norme di sicurezza che i governi non si preoccupano di fare osservare, quale sadismo senza nome può spingere il ministro a tenere in vita chi è prigioniero del proprio corpo e ha espresso, quando poteva, il desiderio di liberarsene? in nome di quale vita? certo non di quelle che si perdono ogni giorno nelle fabbriche e nei cantieri.
Perché il ministro del Lavoro e della Salute non esercita là la sua solerzia?
Bisognerebbe chiedere ai cittadini se il testamento biologico è ammissibile.
Può l'individuo decidere, in piena consapevolezza, quale deve essere la sua sorte se dovesse perdere coscienza per un tempo illimitato, o se non fosse più in grado di esprimere la propria volontà?
Può lasciare scritto: "Staccate i tubi"; oppure: "Tenetemi in vita comunque, finché possibile"; o ancora, poniamo: "Tenetemi in vita per sei mesi, poi lasciatemi morire"?
Non si può pretendere che i cittadini si esprimano per referendum su temi che richiedono competenze speciali, come l'ingegneria genetica o le strategie energetiche, ma a chi spetta, se non a loro, decidere se chi è nato è libero di scegliere la propria morte? E sperabile credere che vincerebbe il parere: "Io sono padrone della mia vita".
Se la Chiesa davvero crede nella libertà dell'uomo, perché non lascia le persone libere di morire? Nessuno ha chiesto la nostra opinione, prima di metterci al mondo: perché non dovremmo essere liberi di andarcene? Cercare la morte non è nella natura dell'uomo, né di alcun essere vivente: ma quanti hanno cercato la morte nelle guerre, e peggio ancora l'hanno data, magari con la benedizione della stessa Chiesa?
Se lo Stato invece ritiene che chi si uccide leda un diritto fondamentale e danneggi la comunità, privandola di se stesso, che si adoperi per creare le condizioni perché le persone non si gettino nella morte. Nessuno può credere che chi si suicida lo faccia volentieri.
Il discorso è lo stesso per un altro punto fermo della Chiesa Cattolica, il divieto di aborto profilattico. E questa una situazione molto più frequente dei coma e assai dolorosa per il malato che è costretto a nascere e per la sua famiglia. Qui non sappiamo certo che cosa pensi il soggetto in gestazione, al terzo mese di gravidanza. La Chiesa, comunque, estende il diritto alla vita alla cellula-ovo appena fecondata dallo spermatozoo, in cui subito verrebbe ad abitare un'anima.
Il grande teologo San Tommaso d'Aquino non avrebbe avuto problemi con l'aborto profilattico, perché diceva che l'anima entra nel corpo solo quando il feto ha assunto forma pienamente umana. Nel caso di Eluana, come in quello di tutti i futuri malati di gravi malattie genetiche la cui nascita può venire oggi evitata, la sofferenza dei parenti e i costi alla società sono molto gravi, ma vengono ignorati.
I genitori che fanno nascere coscientemente un bimbo gravemente e irrimediabilmente danneggiato si assumono doveri e pene tremende, e lo stesso ci sembra valere per i parenti di una persona in coma profondo, se, avendo tentato con ogni mezzo di riportarla in vita ed essendovi in qualche modo riusciti, se la ritrovassero con danni gravi e permanenti. In un certo senso sorprende, questo attaccamento della Chiesa alla vita, anche quando non sia che un barlume cui solo le macchine impediscono di spegnersi, perché in fondo la Chiesa promette al fedele un futuro ben più luminoso di questa vita.
Ma Chiesa o Stato che sia, chi può pronunciarsi o legiferare su ciò che non conosce?
E chi fra i vivi può sindacare sulla morte?
(2 gennaio 2009)

lunedì 7 gennaio 2002

Il Paese dei fichi d'india

Silvio Buzzanca intervista lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo per "La Repubblica" del 7 gennaio 2002


Il Paese dei fichi d'india


L'avvocato Agnelli, commentando le dimissioni del ministro Ruggiero, ha detto dice l'Italia non è nemmeno una repubblica delle banane, semmai è il paese dei fichi d'India. 
Vincenzo Consolo, scrittore siciliano, che cosa ne pensa? Sente allusioni?
«Non voglio attribuire a Agnelli una lettura del paese dei fichi d'India come paese di mafia. 
Credo che l'Avvocato veda invece un'Italia meridionalizzata, che la barriera delle Alpi rischia di separare sempre di più il paese dal contesto europeo».

Un'Italia più araba e mediterranea che continentale...
«Sì. Comunque non è la prima volta che Agnelli conia queste frasi guardando al paese da Torino. 
Per esempio ha chiamato De Mita "filosofo della Magna Grecia", ora parla di fichi d'India. Ma potrebbe parlare anche del paese del Barbera, quello del vino piemontese: sempre Italia rimane. Nei suoi lati migliori e in quelli peggiori».

Perché proprio i fichi d'India? Forse per indicare un certo modo "dispregiativo" di intendere il potere, la vita, i rapporti sociali?
«Spero che abbia detto queste cose senza queste intenzioni. Non leggo questa frase in un accezione di mafiosità».

Forse si riferiva ai due comici che si chiamano proprio Fichi D'India.
«Non li conosco. Ma questo è un paese terribilmente telestupefatto. È un paese di fichi d'India, ma anche di venditori di spazzole e tappeti. Un paese veramente deprimente e scoraggiante. 
Credo che Agnelli abbia voluto opporre alle banane, frutto di luogo tropicale, il fico d'India, che però è stato importato in Sicilia e nel meridione dal Sudamerica. 
Ma quella frase non la leggerei come riferita soltanto al meridione. Ricordiamoci che Berlusconi vive ad Arcore, ed è l'espressione di una Brianza orrenda, con bottegai e fabbricanti di falsi. 
Non vedo collegamenti territoriali. È tutto il paese che è un paese di fichi d'India, di banane, di Barbera».

Un giudizio molto negativo sull'Italia contemporanea...
«Come i fichi d'India è un paese spinoso, assolutamente intoccabile da qualsiasi parte lo si affronti. 
È un paese deprimente e l'avvocato Agnelli si è lasciato sfuggire questa espressione. Ma veramente non voglio pensare che abbia voluto raffigurare un'Italia sicilianizzata e meridionalizzata. 
L'Italia oggi è più nordica, più lumbard, più fascismoromanesca, più pastasciuttara che ficondiesca».

Berlusconi rappresenta questa Italia?
«E' un bottegaio, cinico, opportunista, pensa ai suoi affari, non ha senso dello Stato. 
E' privo di etica, di qualsiasi principio morale. 
Rappresenta bene questo nuovo potere fascista, regressivo, ignorante, privo di cognizioni di storia. 
In questo paese si è perso il valore dell'umano, del civile. Questo è un paese in preda a quello che Carlo Levi chiamava l'eterno fascismo italiano».

Silvio Buzzanca

"La Repubblica On Line"

martedì 6 novembre 2001

Se la chiesa detta legge nella scuola

Se la chiesa detta legge nella scuola, un articolo di Miriam Mafai su "La Repubblica" del 6 novembre 2001

A ruolo gli insegnanti di religione
SINGOLARE paese il nostro, dove la Dc per 50 anni partito di maggioranza e di governo non ha mai proposto il finanziamento della scuola privata (ci provò, per la verità, nel 1964 il povero Moro limitatamente alla scuola materna, ma fu sconfitto e costretto alle dimissioni), dove la stessa Dc, sempre maggioranza in Parlamento, ha consentito che venisse approvata, nel 1970 la legge sul divorzio e nel 1978 la legge sull'aborto, leggi laiche che rendevano lecito di fronte allo Stato ciò che per la Chiesa era e resta reato e peccato. Dovremo, alla fine, rimpiangere quella Dc?

Pronti a indignarci, giustamente, di fronte alla realtà di paesi nei quali non esiste distinzione tra legge dello Stato e norme della religione, rischiamo oggi di sottovalutare i rischi, presenti nel nostro paese, di un indebolimento e di una perdita del principio della laicità, a vantaggio di un pigro adattarci a norme o richieste che ci giungono dall'altra parte del Tevere.

Quel Tevere che, contrariamente a quanto pensavamo, non si è fatto in questi anni più largo, ma più stretto. 
Da anni infatti, da quando il nostro quadro politico è mutato, l'intervento della Chiesa si è fatto, contrariamente alle previsioni e alle attese, sempre più preciso e puntuale. Non di rado il suo intervento ci richiama al rispetto di grandi principi, l'amore per il prossimo, l'attenzione e la cura per i più deboli e bisognosi. Ma altrettanto e forse ancora più spesso, le gerarchie intervengono nelle vicende italiane, richiamando i nostri politici italiani al rispetto di principi che sono propri della Chiesa, ma che, se applicati, farebbero del nostro un paese assai singolare nel quadro europeo, a sovranità limitata, dimentico di ogni concezione laica dello Stato. 
Ecco allora la condanna aspra della fecondazione artificiale, dell'uso delle cellule staminali, della «pillola del giorno dopo», dell'aborto, delle coppie non regolarmente sposate o dei comportamenti sessuali definiti «devianti».

Intendiamoci, tutto questo è più che legittimo. 
E nessuno chiederà mai ad una donna cattolica di abortire, o di ricorrere alla fecondazione eterologa, o alla «pillola del giorno dopo». Uno stato laico consente, non impone.

Ma desta allarme il fatto che, più di ieri ci siano oggi, istituzioni e uomini politici disposti ad accettare e far proprie posizioni e richieste delle gerarchie, traducendole – o annunciando di volerle tradurre - in nuove disposizioni di legge.

Ecco farsi allora in molte regioni italiane governate dal centro destra, farsi sempre più difficile il ricorso alla legge 194; ecco prevedere aiuti alle famiglie discriminando quelle che non siano regolarmente sposate, e così via.

E sono di questi giorni due episodi allarmanti, di rinuncia da parte dello Stato alla propria autonomia e laicità. Protagonista di ambedue questi episodi è il ministro Moratti. 
Il primo: un bravo e assai popolare sacerdote, assiduo frequentatore di trasmissioni televisive, è stato scelto dal ministro come presidente di un comitato che dovrebbe elaborare un «Codice Deontologico» per gli insegnanti italiani. Ammesso e non concesso che si sentisse il bisogno di un apposito codice deontologico per gli insegnanti, che senso ha chiamare il cardinal Tonini alla presidenza se non affermare il principio secondo il quale l'unica etica possibile (per gli insegnanti, ma forse anche per gli alunni e i loro genitori) è quella dettata dalla Chiesa? 
Ma veniamo a un secondo episodio che vede sempre come protagonista il ministro Moratti. Gli insegnanti di religione, nominati dalle rispettive diocesi e da queste revocabili, sono già stati messi, nonostante obiezioni e proteste, a carico del bilancio dello Stato.

Ora, secondo una proposta della stessa Moratti, che il Consiglio dei ministri dovrebbe esaminare la prossima settimana, molti di questi 13.000 insegnanti potrebbero passare a ruolo, dopo avere superato un concorso, con un aggravio del bilancio del ministero e in violazione di tutte le norme che regolano lo stato giuridico degli insegnanti.

Due esempi soltanto, per adesso ma particolarmente rilevanti per il settore, quello della scuola, nel quale si annuncia volerli mettere in atto. E a questi potremmo aggiungere quella sorta di delega alla Comunità di S. Patrignano della campagna e della battaglia contro l'uso delle droghe recentemente annunciata dal vicepresidente Fini e dalla stessa Moratti, rinunciando anche in questo settore alla iniziativa e al ruolo delle istituzioni dello Stato.

Vale la pena dunque di ricordare, per evitare il rischio di uno scivolamento verso una forma, più o meno velata di fondamentalismo, che il nostro è o dovrebbe essere uno Stato laico, come fissato dall'articolo 7 della Costituzione e da una non dimenticata sentenza della Corte Costituzionale.

E non ci si accusi, nel momento in cui denunciamo questi pericoli di «integralismo laicista». Il vero pericolo che corriamo è un altro, quello di diventare, di fronte al Vaticano un paese «a sovranità limitata».

Miriam Mafai

"La Repubblica On Line"

domenica 3 giugno 2001

Mario Rigoni Stern: 'La Repubblica nata nei lager'

Ripropongo uno splendido articolo di Mario Rigoni Stern pubblicato, su La Stampa, all'indomani del 2 giugno 2001

NEL 1939 Mussolini, in un discorso alle grandi manovre, aveva gridato «... quest’anno il congedo non verrà!».
La classe di leva era il 1917 e da allora incominciò a cambiare qualcosa. 
I veci smisero di cantare l’allegra canzone dei congedanti ma anche un’altra che era nata alla fine dell’Ottocento, composta, secondo la tradizione del 6° Alpini, dal tenente Magliano. Diceva: «Sul cappello portiamo il trofeo / dei reali di Casa Savoia / Lo portiamo con fede e con gioia...».

Poi, nel giugno 1940 andammo sulle Alpi Occidentali cantando: «Con il fucile novantuno / che quando spara non fa fumo / e con il settantacinquetredici la Francia tremerà...». 
Il fucile modello 1891 era quello dei nostri padri nella Prima guerra mondiale; il 75/13 l’obice Skoda di preda bellica, già in uso nell’Esercito austro-ungarico.

Nella disgraziata campagna contro la Grecia nacque la più triste canzone di guerra: «Sul ponte di Perati bandiera nera / l’è il lutto degli alpini che van a la guerra ...».

Francia, Africa, Grecia, Balcani, Russia... Vennero anche il 25 luglio e l’8 settembre 1943... 
Quelle discussioni nelle lunghe ore della fame. Fu lì, nelle baracche del Lager 1/B, nella Masuria, che vedemmo definitivamente chiaro: basta con i re, basta con il duce!

Non eravamo acculturati politicamente, non avevamo avuto maestri, elementari le nostre scuole ma, oramai, eravamo carichi di esperienze, anche se giovani. 
Dicevamo, nelle ore del freddo e della fame: «Quando ritorneremo in Italia bisogna cambiare: repubblica!».

E con che forza quel 2 giugno di 55 anni fa calcammo la matita copiativa sulla scheda che indicava repubblica contro re e duci e su quell’altra per l’Assemblea Costituente che aveva il compito di elaborare e votare la nuova Costituzione. 
Era la prima volta che noi, generazioni cresciute sotto il fascismo, e le donne avevamo il diritto di voto. 
Era l’Italia che ci aveva chiamato a farlo. Quella povera Italia che - per fortuna! - aveva perduto la guerra e sulle montagne, con la Resistenza, ritrovata la libertà.

Era un’Italia rotta, affamata, lacera nella quale tutti i partiti collaborarono in solidarietà nazionale che permise una ricostruzione straordinaria.

Questo pensavo poco fa guardando alla televisione la rivista prima e la sfilata poi per la Festa della Repubblica.

E lì, a rappresentare l’Italia, c’era sul palco delle autorità un presidente senza pennacchi e medaglie, sereno nel suo vestito della festa; sorridente salutava, e davanti a lui non c’erano aquile romane o croci uncinate ma tante bandiere d’Europa e la gente applaudiva e le donne buttavano fiori, i bambini seduti per terra si divertivano e non sfilavano in divisa. 
Passavano davanti ai nostri occhi tanti anni di storia e di sofferenze, vedevamo il trascorrere dei decenni, di epoche ormai, e alla fine ci veniva di fare delle considerazioni: erano in questa festa del 2 giugno più i servizi civili e per la pace che non quelli per la guerra. Che bello!

Mario Rigoni Stern

da La Stampa On Line