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lunedì 1 novembre 2021

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1º novembre 1921 – Asiago, 16 giugno 2008)

Oggi, cento anni fa, nasceva uno dei più grandi narratori italiani.

Se il suo libro più famoso è, giustamente, Il sergente nella neve, io amo e rileggo più spesso la trilogia dell'Altipiano: Storia di Tönle, L'anno della vittoria, Le stagioni di Giacomo...

Rigoni si legge con facilità, una scrittura semplice, poetica e ancora oggi attuale. Ed è una lettura che rinforza le difese immunitarie contro l'ignoranza.

'Dal margine del bosco, guardingo come un animale selvatico che aspetta l'imbrunire per uscire allo scoperto, guardava la sua contrada, e il paese laggiù, dentro lo slargo dei prati. Il fumo odoroso della legna si scioglieva nel cielo rosa e violetto dove le cornacchie volavano a gruppi, chiamandosi.

La sua casa aveva un albero sul tetto: un ciliegio selvaggio. Il nocciolo dal quale era nato l'aveva posato lassù un tordo sassello tanti anni prima espellendolo in volo e l'umore di una primavera l'aveva fatto germogliare perché un suo avo, per difendere l'abitazione dalla pioggia e dalle nevi, aveva steso sopra la copertura altra paglia, sicché quella sotto era diventata humus e quasi zolla, Così il ciliegio era cresciuto.

Tónle Bintarn, guardando, ricordava che da ragazzo, dopo la mietitura delle segale, si arrampicava dalla parte della stalla dove il grande tetto quasi si unisce al declivio del monte e a una a una piluccava tutte le piccole ciliegie dolcissime e nere prima che i merli e i tordi venissero a metterci il becco: erano come il miele e per giorni la tintura del loro succo gli restava sulle mani e attorno alla bocca, e l'acqua del Prunnele non riusciva a toglierla. Ma d'autunno il rosso pastello delle foglie si notava anche dalla cima del Moor, come un'orifiamma che ingentiliva e distingueva tra le altre la povera casa...'

Ci manchi, Sergentmagiù ...e grazie per avermi fatto conoscere e poi amare il tuo Altipiano.

martedì 17 giugno 2008

Ciao, Sergentmagiù...

"Ora, giorno dopo giorno si sta avvicinando l'inverno e avrò tante memorie. Sarà come ritornare bambini, come ascoltare tante voci. Rivedere lumi nella steppa, amici cari, voci femminili.
 Oggi, nell'acqua piovana raccolta sotto le gronde che scendono dal tetto vedo anche tante nevi lontane che il sole ha sciolto e riportato qui"

Mario Rigoni Stern
 
E' morto Mario Rigoni Stern, Alpino, Montanaro, Uomo con la schiena diritta, Scrittore che ha fatto della semplicità, del buon senso e del rispetto della propria Coscienza un modo di vivere e di insegnare le cose belle ed importanti per le quali vale la pena vivere.
A scuola ci hanno fatto leggere il suo "Il Sergente nella neve", ma ogni riga scritta da Mario Rigoni Stern, meriterebbe un'attenta ma divertente e facile lettura.
A memoria mi vengono subito in mente "Quota Albania", "Storia di Tonle", "L'anno della vittoria", "Le stagioni di Giacomo".
Prendiamo o riprendiamo in mano queste piccole gemme di letteratura dei semplici: saranno sicuramente momenti importanti, oltre che divertenti, per la nostra mente e la nostra coscienza di cittadini normali.
Grazie Mario.
Grazie per quello che hai scritto e quello che mi hai fatto leggere.
Grazie per avermi fatto commuovere e per avermi fatto conoscere il rispetto per la natura, per lo spettacolo dell'Altipiano.
Grazie per avermi fatto, così lievemente, conoscere la Storia vista dalla parte dei Semplici, perchè è solo conoscendo la Storia si evitano gli errori futuri.
Grazie, spero che il riposo sull'Altipiano ti sia lieve.

Gattostanco, 17 giugno 2008

domenica 3 giugno 2001

Mario Rigoni Stern: 'La Repubblica nata nei lager'

Ripropongo uno splendido articolo di Mario Rigoni Stern pubblicato, su La Stampa, all'indomani del 2 giugno 2001

NEL 1939 Mussolini, in un discorso alle grandi manovre, aveva gridato «... quest’anno il congedo non verrà!».
La classe di leva era il 1917 e da allora incominciò a cambiare qualcosa. 
I veci smisero di cantare l’allegra canzone dei congedanti ma anche un’altra che era nata alla fine dell’Ottocento, composta, secondo la tradizione del 6° Alpini, dal tenente Magliano. Diceva: «Sul cappello portiamo il trofeo / dei reali di Casa Savoia / Lo portiamo con fede e con gioia...».

Poi, nel giugno 1940 andammo sulle Alpi Occidentali cantando: «Con il fucile novantuno / che quando spara non fa fumo / e con il settantacinquetredici la Francia tremerà...». 
Il fucile modello 1891 era quello dei nostri padri nella Prima guerra mondiale; il 75/13 l’obice Skoda di preda bellica, già in uso nell’Esercito austro-ungarico.

Nella disgraziata campagna contro la Grecia nacque la più triste canzone di guerra: «Sul ponte di Perati bandiera nera / l’è il lutto degli alpini che van a la guerra ...».

Francia, Africa, Grecia, Balcani, Russia... Vennero anche il 25 luglio e l’8 settembre 1943... 
Quelle discussioni nelle lunghe ore della fame. Fu lì, nelle baracche del Lager 1/B, nella Masuria, che vedemmo definitivamente chiaro: basta con i re, basta con il duce!

Non eravamo acculturati politicamente, non avevamo avuto maestri, elementari le nostre scuole ma, oramai, eravamo carichi di esperienze, anche se giovani. 
Dicevamo, nelle ore del freddo e della fame: «Quando ritorneremo in Italia bisogna cambiare: repubblica!».

E con che forza quel 2 giugno di 55 anni fa calcammo la matita copiativa sulla scheda che indicava repubblica contro re e duci e su quell’altra per l’Assemblea Costituente che aveva il compito di elaborare e votare la nuova Costituzione. 
Era la prima volta che noi, generazioni cresciute sotto il fascismo, e le donne avevamo il diritto di voto. 
Era l’Italia che ci aveva chiamato a farlo. Quella povera Italia che - per fortuna! - aveva perduto la guerra e sulle montagne, con la Resistenza, ritrovata la libertà.

Era un’Italia rotta, affamata, lacera nella quale tutti i partiti collaborarono in solidarietà nazionale che permise una ricostruzione straordinaria.

Questo pensavo poco fa guardando alla televisione la rivista prima e la sfilata poi per la Festa della Repubblica.

E lì, a rappresentare l’Italia, c’era sul palco delle autorità un presidente senza pennacchi e medaglie, sereno nel suo vestito della festa; sorridente salutava, e davanti a lui non c’erano aquile romane o croci uncinate ma tante bandiere d’Europa e la gente applaudiva e le donne buttavano fiori, i bambini seduti per terra si divertivano e non sfilavano in divisa. 
Passavano davanti ai nostri occhi tanti anni di storia e di sofferenze, vedevamo il trascorrere dei decenni, di epoche ormai, e alla fine ci veniva di fare delle considerazioni: erano in questa festa del 2 giugno più i servizi civili e per la pace che non quelli per la guerra. Che bello!

Mario Rigoni Stern

da La Stampa On Line