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lunedì 18 dicembre 2017

Rifiuti della storia: re Sciaboletta

Per ignavia, il re 'Sciaboletta' ha consegnato l'Italia e gli italiani ad una dittatura tragicomica come quella di Mussolini e del suo Partito Nazionale Fascista. Ha avvallato la guerra e le leggi razziali. E' responsabile della morte di centinaia di migliaia di cittadini italiani, civili e in armi.
Poi, confermandosi un vero e proprio pusillanime codardo, è fuggito sulla Baionetta lasciando senza guida e senza ordini milioni di soldati in balìa dei nazisti.
Oggi la 'famiglia savoia' chiede che venga sepolto al Pantheon. Personalmente sono convinto che sarebbe più adatto il bidone dell'umido per la raccolta differenziata.

mercoledì 14 settembre 2016

Caro luigino...

Caro luigino (di maio, quello che era convinto di essere adatto a diventare premier): lasciamo perdere il 4 in geografia (per aver confuso il Cile con il Venezuela). Parliamo di cose serie: davvero l'attuale Vicepresidente della Camera e componente del Direttorio 5 Stelle ha paragonato Renzi a Pinochet?
Beh, allora in storia ti becchi un 3, perchè "...il Rapporto Rettig e altre documenti, redatti dopo la dittatura, si occuparono del conteggio delle vittime dei militari e contarono ufficialmente 3508 morti (2.298 assassinati o giustiziati, 1.210 sparizioni forzate, desaparecidos anche nei voli della morte) e 28.259 vittime di tortura, di persecuzione, esilio forzato o prigionieri politici, per un totale di circa 31.000-32.000 persone vittime a vario titolo del regime...". 
Dittatura, omicidi, sparizioni ed incarcerazioni senza processo di decine di migliaia di avversari politici, studenti, insegnanti universitari, giornalisti. Questo è stato il regime di Pinochet in Cile. Quindi: 3 in storia, e vai a casa a studiare..
Ma se davvero volevi invece fare seriamente quel paragone, allora caro il mio luigino, allora è più grave. Perchè significherebbe che sei solo un povero cazzaro, un cialtrone inaffidabile e pericoloso per la democrazia, un seminatore di odio. Un parolaio inadatto a ricoprire qualsiasi posto di responsabiltà nella Repubblica Italiana.
Scegli tu, luigino...

mercoledì 18 maggio 2016

Il Sole dell'Avvenire

Ho appena finito di leggere (tutto d'un fiato) il terzo volume della trilogia 'Il Sole dell'Avvenire', di Valerio Evangelisti.
La consiglio. La consiglio davvero a tutti. E' uno splendido, commovente, ricercato, dettagliato, credibile affresco delle trasformazioni economico-politico-sociali intervenute in Italia... ma il punto d'osservazione sono i paesi e le città della Romagna, Imola e Bologna, dal 1875 al 1950.
Palloso?
Tutt'altro.
E' un romanzo storico, quindi è nella narrazione delle storie di tre famiglie romagnole (i Verardi, i Minguzzi e gli Zambelli: tra ritorni di ex-garibaldini, amori, matrimoni, fame, rivolte, disillusioni, la fame e gli orrori delle guerre, la Resistenza) che si innestano accurate ricostruzioni dei cambiamenti di una società in veloce e drammatica evoluzione.

Se conoscere la nostra Storia è fondamentale per comprendere il nostro presente (e se pare che un italiano su due NON legga neppure un libro all'anno, mi chiedo: di che scrivono tutti questi fenomeni da tastiera, con le loro supponenti e lapidarie frasette da 140 caratteri?) i romanzi storici come questi tre piccoli capolavori di Valerio Evangelisti, sono senz'altro il modo migliore e più facile (in apparenza disimpegnato, perchè si leggono bene e 'prendono' come un romanzo di pura fantasia) per farsi piacere la Storia.
In libreria o in ebook, ma leggeteli, in ogni caso, ma soprattutto se siete romagnoli e se amate questa Terra!

martedì 3 febbraio 2015

9 febbraio 1849 - 9 febbraio 2015: gloria alla Repubblica Romana!

Il significato della ricorrenza del IX febbraio, la Festa laica della Romagna
Giuseppe Mazzini
Nel 1846 l’elezione di Pio IX, erroneamente considerato un riformista, suscitò grandissime speranze fra i patrioti italiani, ma in pochi mesi ci si accorse di quanto fossero vane tali speranze.
Già dopo appena due anni, nell’arretrato Stato Pontificio, i governi, sempre più impopolari, si susseguivano uno dopo l’altro sempre più deboli ed invisi alla popolazione.
Dopo le dimissioni di Mamiani e il breve governo di Edoardo Fabbri, fu nominato Pellegrino Rossi, che si comportò da vero reazionario. Nel novembre del 1848 , all’approssimarsi dell’apertura delle Camere, fece affluire un forte contingente di truppe per prevenire le probabili agitazioni popolari, ma tale decisione arroventò ancora di più gli animi. Il 15, circondato dalla folla, fu ucciso con una pugnalata. A Roma risuonava il ritornello “...benedetta la mano che ha ucciso il Rossi...”.
Alla Camera non ebbero neppure il coraggio di commemorarlo. Tale uccisione, infatti, non aveva alienato simpatie ai patrioti, anzi. Il popolo cominciava a intravedere le debolezze dello Stato Pontificio, uno spiraglio di luce alla fine del tunnel secolare.
Mentre gli avvenimenti precipitavano e Ciceruacchio svolgeva comizi ovunque nei rioni anche popolari di Roma, Pio IX fu quindi costretto a preparare la nomina di un governo di moderati. Materrorizzato dalla mancanza di sicurezza di Roma, la notte del 24 novembre fuggì a Gaeta, travestito da prete.
Mentre i moderati, in difficoltà per la fuga del Pontefice, cercavano di salvare il governo dello Stato Pontificio, da Firenze Giuseppe Montanelli avanzò la proposta di convocare una Costituente . Mazzini stesso fu favorevole.
Stanchi e demoralizzati, i romani ebbero l’insperato aiuto di migliaia di giovani repubblicani che, da ogni parte d’Italia confluivano su Roma. “Era la parte più colta, nobile e ardimentosa di una gioventù per nulla rassegnata a vivere in un Paese diviso”.
Il 5 dicembre Mazzini scrive ai romani: “...Pio IX è fuggito: la fuga è un’abdicazione. Principe elettivo, egli non lascia dietro a sé una dinastia. Voi siete, di fatto, repubblica.”
A nulla valsero i tentativi dei conservatori di screditare e di ostacolare i repubblicani: le umilianti trattative con Gaeta avevano di fatto tolto qualsiasi autorità e prestigio ai moderati.
I Circoli popolari romagnoli e marchigiani si espressero per l’elezione di un’Assemblea Costituente che deliberasse sull’avvenire dello Stato.
Le elezioni furono indette per il 21 gennaio 1849 , il 5 febbraio si sarebbe aperta l’Assemblea.
Il Papa lanciò da Gaeta la sua scomunica , ma inutilmente: in tutto lo Stato fervevano già le attività elettorali.
Alta l’affluenza alle urne: a Roma, su 35.000 elettori, i votanti furono 25.000. Le elezioni, dopo una dura lotta con i moderati, furono vinte dai repubblicani.
Per quattro giorni, ininterrottamente, l’Assemblea discusse della forma di governo.  Dopo decine di interventi fu la volta di Monghini , deputato di Ravenna:
”Se mi è lecito restringere la discussione de’ miei colleghi, mi pare che a soli tre si riducano i partiti da prendere, o Papa, o Governo provvisorio, o Repubblica.
Del Papa mi vergognerei a parlare: il Governo provvisorio non sarebbe che una prolungata agonia, dunque non rimane che la Repubblica.”


Ore una, 9 febbraio 1849,
nasce la Repubblica Romana.

Con il voto di questo decreto: 
Art. 1
Il Papato è decaduto di fatto e di diritto dal Governo temporale dello Stato Romano.
Art. 2
Il Pontefice romano avrà tutte le guarentige necessarie per la indipendenza nello esercizio della sua potestà spirituale.
Art. 3
La forma del governo dello Stato romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.
Art. 4
La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune.
 
 
La Repubblica offre la garanzia alla Chiesa di poter svolgere liberamente la propria opera spirituale, ma non basta.
Mentre a Roma si scrive una Costituzione che è ancora esempio di modernità e democrazia, mentre si dà forma a esercito, polizia, riorganizzazione dello Stato e dell’economia, il Papa cerca di trovare un esercito straniero che gli consenta di sedersi nuovamente - da capo dello stato - a Roma.
Il pericolo sembra l’Austria, che fa marciare il suo esercito verso sud.
Ma il corpo di spedizione francese, al comando del Generale Oudinot, non sta correndo in aiuto dei repubblicani.
Contro il volere dello stesso popolo francese e della sua Assemblea, il corpo di spedizione sbarcò a Civitavecchia con lo scopo di riportare Pio IX a Roma.
Inizia così, il 30 aprile del 1849, l’epica e disperata difesa della città; difesa che generò fulgidissimi esempi di valore e abnegazione in nome dei puri ideali di Libertà e Patria.
I francesi entreranno a Roma il 4 luglio, poche ore dopo che la Costituzione fu promulgata tra i colpi di moschetto e di cannone. Quella Costituzione, democratica e moderna, sarebbe stato il perno della rigenerazione italiana...
 

L’estremo saluto del triumvirato (Saffi, Mazzini, Ermellini):


Romani!
Una nube sorge oggi tra voi e l’avvenire; è nube d’un ora.
Durante costanti nella coscienza dei vostri diritti e nella fede, per la quale morirono, apostoli armati, molti dei migliori fra voi.
Dio vuole che Roma sia grande e libera e sarà.
La vostra non è disfatta: è vittoria dei martiri, ai quali il sepolcro è scala al cielo.
Quando il cielo splenderà raggiante di resurrezione per voi - quando, tra breve ora, il prezzo del sacrificio, che incontraste lietamente per l’amore, vi sarà pagato - possiate allora ricordarvi degli uomini che vissero per mesi della vostra vita, soffrono oggi dei vostri dolori, e combatteranno, occorrendo, domani, misti nei vostri ranghi, le nuove vostre battaglie.
 
Ecco perché, ancora oggi, in Romagna si festeggia, il 9 febbraio, la proclamazione della Repubblica Romana.
Repubblica Romana che fu uccisa da un esercito ben più potente, al soldo del potere temporale papalino.
Ed ecco perché, tra chi conosce e si tramanda il senso di questa piccola porzione di Storia, non si riesce così facile accettare ancora le ingerenze dei clericali. 
 
RINGRAZIAMENTO:
Ampi stralci di questa paginetta sono stati realizzati attingendo a piene mani da: “Gloria alla Repubblica Romana - compendio de La Romana del 1849” di Giovanni Conti”
di Massimo Morigi - Edizioni Endas Ravenna 1986

domenica 3 giugno 2001

Mario Rigoni Stern: 'La Repubblica nata nei lager'

Ripropongo uno splendido articolo di Mario Rigoni Stern pubblicato, su La Stampa, all'indomani del 2 giugno 2001

NEL 1939 Mussolini, in un discorso alle grandi manovre, aveva gridato «... quest’anno il congedo non verrà!».
La classe di leva era il 1917 e da allora incominciò a cambiare qualcosa. 
I veci smisero di cantare l’allegra canzone dei congedanti ma anche un’altra che era nata alla fine dell’Ottocento, composta, secondo la tradizione del 6° Alpini, dal tenente Magliano. Diceva: «Sul cappello portiamo il trofeo / dei reali di Casa Savoia / Lo portiamo con fede e con gioia...».

Poi, nel giugno 1940 andammo sulle Alpi Occidentali cantando: «Con il fucile novantuno / che quando spara non fa fumo / e con il settantacinquetredici la Francia tremerà...». 
Il fucile modello 1891 era quello dei nostri padri nella Prima guerra mondiale; il 75/13 l’obice Skoda di preda bellica, già in uso nell’Esercito austro-ungarico.

Nella disgraziata campagna contro la Grecia nacque la più triste canzone di guerra: «Sul ponte di Perati bandiera nera / l’è il lutto degli alpini che van a la guerra ...».

Francia, Africa, Grecia, Balcani, Russia... Vennero anche il 25 luglio e l’8 settembre 1943... 
Quelle discussioni nelle lunghe ore della fame. Fu lì, nelle baracche del Lager 1/B, nella Masuria, che vedemmo definitivamente chiaro: basta con i re, basta con il duce!

Non eravamo acculturati politicamente, non avevamo avuto maestri, elementari le nostre scuole ma, oramai, eravamo carichi di esperienze, anche se giovani. 
Dicevamo, nelle ore del freddo e della fame: «Quando ritorneremo in Italia bisogna cambiare: repubblica!».

E con che forza quel 2 giugno di 55 anni fa calcammo la matita copiativa sulla scheda che indicava repubblica contro re e duci e su quell’altra per l’Assemblea Costituente che aveva il compito di elaborare e votare la nuova Costituzione. 
Era la prima volta che noi, generazioni cresciute sotto il fascismo, e le donne avevamo il diritto di voto. 
Era l’Italia che ci aveva chiamato a farlo. Quella povera Italia che - per fortuna! - aveva perduto la guerra e sulle montagne, con la Resistenza, ritrovata la libertà.

Era un’Italia rotta, affamata, lacera nella quale tutti i partiti collaborarono in solidarietà nazionale che permise una ricostruzione straordinaria.

Questo pensavo poco fa guardando alla televisione la rivista prima e la sfilata poi per la Festa della Repubblica.

E lì, a rappresentare l’Italia, c’era sul palco delle autorità un presidente senza pennacchi e medaglie, sereno nel suo vestito della festa; sorridente salutava, e davanti a lui non c’erano aquile romane o croci uncinate ma tante bandiere d’Europa e la gente applaudiva e le donne buttavano fiori, i bambini seduti per terra si divertivano e non sfilavano in divisa. 
Passavano davanti ai nostri occhi tanti anni di storia e di sofferenze, vedevamo il trascorrere dei decenni, di epoche ormai, e alla fine ci veniva di fare delle considerazioni: erano in questa festa del 2 giugno più i servizi civili e per la pace che non quelli per la guerra. Che bello!

Mario Rigoni Stern

da La Stampa On Line