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lunedì 18 aprile 2011

'Allontanarsi dall’Europa è un suicidio per noi'

Una bella intervista di Maurizio Molinari a Romano Prodi, oggi su La Stampa. Il Professore: “A dominare il nostro continente è la paura”

È il giorno in cui interviene al seminario «150 anni di governo italiano, cosa è stato ottenuto?», organizzato dall’ateneo assieme all'Istituto di Cultura italiana di New York. Il tema sul quale Prodi si sofferma, concludendo una giornata di lavori che ha visto la partecipazione di numerosi italianisti, è «la paura che domina l'Europa e di cui l'Italia è parte». Ed è proprio questo concetto gli chiediamodi approfondire, accompagnandolo verso la residenza del rettore David Kertzer.

«L'Europa in questo momento ha paura di tutto, della concorrenza cinese, degli immigrati africani e degli altri Paesi europei, ha paura della non ripresa ed ha anche paura dell'euro» ci dice, spiegando chela responsabilità è «dei governi europei che non prendono decisioni collettive» indugiando «nei riti di questi summit europei in cui Francia e Germania danno la linea, per poi non essere d'accordo neanche fra loro» come dimostra anche «l’emergenza della Libia sulla quale l'Europa è divisa».

Ciò che più lo preoccupa è come «la paura si diffonda anche a livello popolare» portando a situazioni nelle quali «singoli Stati ipotizzano l'uscita dall’Europa».

L'ex presidente della Commissione Europea ha quasi un sussulto nell’affrontare questo ipotetico scenario. Evita accenni diretti all'attuale governo italiano ma il suo riferimento alle recenti minacce di«uscire dall’Europa» lascia pochi dubbi sull’identità di chi ha in mente: «Coloro che fanno tali affermazioni sono leader politici che non hanno il senso della Storia, preferiscono inseguire le elezioni del giorno dopo o gli opinion polls del giorno stesso che indubbiamente riflettono gli umori di un populismo che aumenta, creando così una reazione a catena. Ma significa andare verso un suicidio collettivo».

Ciò che rimprovera al governo è aver stravolto il legame fra l'Italia e l'Europa: «Fino a poco tempo fa l'Italia aveva un’identità europea molto radicata ma il governo ha cavalcato l'euroscetticismo, sostenendo la rivolta di Francia e Germania contro il Trattato di Maastricht, e ciò ha avuto come conseguenza che con il passare del tempo anche l'orientamento della società è mutato».

L’ironia della sorte vuole però che la massiccia ondata di clandestini dal Nord Africa ha fatto sì che «il governo negli ultimi tempi si è accorto che l'Europa gioverebbe sul fronte dell’immigrazione» anche se da Bruxelles sono arrivate risposte deboli se non del tutto insufficienti. «Di fronte ad un'emergenza di simili dimensioni la risposta europea dovrebbe essere un piano di aiuti massicci per ottenere una rapida normalizzazione delle condizioni economiche di quei Paesi» spiega, sottolineando come «l’entità dell’intervento necessario è tale che forse neanche l’Europa da sola potrebbe bastare, servirebbe un’azione congiunta assieme agli Stati Uniti ed anche alla Cina visto che sitratta di un problema globale».

Lo sbandamento sull’immigrazione e l’euroscetticismo imperante lascia intendere che «l’Italia sta andando verso il basso e per risollevarsi ha bisogno di maggior concordia, di qualcuno che si assuma la responsabilità di scelte coraggiose e impopolari» rinunciando al populismo che «spinge a dare tutta la colpa all’euro perché di fronte alla globalizzazione del mondo la moneta unica è il solo strumento che abbiamo per difendere le nostre aziende».

Per Prodi «l' alternarsi di cadute e risalite» è una costante della Storia italiana degli ultimi 150 anni e il fatto che «oggi siamo in basso» gli fa ricordare il precedente dell’Italia di Crispi «che fu criticata dall'Economist perché aveva deciso di costruire un grande maglio per le acciaierie a Terni, in Umbria, lontano dal mare». Crispi rispose a quelle obiezioni ribattendo che «l'Italia ha un cuore d'acciaio e dunque abbiamo portato l'acciaio nel cuore dell’Italia» con un esempio di «facile populismo» che Prodi ritrova oggi nell’approccio all' immigrazione.

Guardando alla sponda Sud del Mediterraneo, Prodi vede nelle rivolte arabe «lo scoppio di società fatte di giovani, disoccupati e colti incompatibili con governi tirannici» e sottolinea la necessità di «studiare un piano di aiuto per la Tunisia e l'Egitto», esprimendo in particolare preoccupazione per il dopo-Mubarak dove «l'ingente fuga di capitali all'estero» e i «pressanti problemi economici» potrebberoinnescare una «pericolosa seconda fase della rivoluzione» destinata a opporre questa volta le piazze ai militari.

Riguardo alla crisi militare in atto nella Libia di Muammar Gheddafi, l’ex presidente del Consiglio ritiene che «la mediazione più credibile in atto è quella dell’Unione Africana perché non è partigiana e non ha una veste occidentale».

Da tempo convinto della necessità di «assegnare un maggiore ruolo internazionale all'Africa», Prodi è impegnato a preparare per giugno un convegno a Washington proprio su questo tema, in forte sintonia con gli orientamenti dell’amministrazione Obama.Tornando all’Italia è l’intervento nell’auditorium che gli consente di soffermarsi sul nodo dei conti pubblici: «Non dobbiamo dimenticarci che abbiamo bisogno del 70 per cento del Pil per pagare gli interessi del debito pubblico, non bastano i risparmi dei privati a metterci al riparo da ogni rischio, servono riforme strutturali».

Il finale è su un tema che riscalda la platea di studenti e docenti ovvero la «questione comunista in Italia». Prodi la riassume così: «L'Italia è l’unico Paese dove il pericolo comunista è diventatoun tema centrale del dibattito politico dopo la caduta del Muro di Berlino». Si tratta di una contraddizione che a suo avviso si spiega con la stessa «logica della paura che guida la politica» perché «in Italia un conflitto in passato c’è stato e scegliendo di farlo riemergere si torna a far leva sulle paure» per «vincere le prossime elezioni». E per spiegare ai presenti quanto profonde sono queste ferite italiane ricorda un episodio personale, quando all'età di cinque anni «una domenica uscii dalla messa e il parroco venne ucciso davanti ai miei occhi, che mia sorella coprì mettendomi una mano davanti». Da qui la conclusione: «L'Italia oggi è una nazione da riconciliare».

Un mio unico commento: che differenza rispetto alle parole vuote, ripetitive e becere di chi ci governa oggi... Gattostanco

venerdì 10 aprile 2009

Va bene tutto, e... Berlusconi è troppo bravo!

Quando a Napoli c'era troppo rusco, abbiamo visto il Presidente del Consiglio che, come un vero e proprio pendolare, tutti i giorni era a Napoli.
Ora purtroppo dobbiamo piangere quasi trecento vittime di un terremoto in Abruzzo, e tutti i giorni ci tocca vedere un Presidente del Consiglio che tutti i giorni è nei dintorni de L'Aquila e che, ovviamente seguito da un codazzo di guardie del corpo, fancazzisti presenzialisti del seguito, giornalisti, intralcia le operazioni di soccorso e chi deve operare in fretta per salvare vite umane e spostare tonnellate di macerie. Ed in questo, purtroppo, imitato da molti ministri alla ricerca di una foto, un miniservizio televisivo, un trafiletto sui giornali.
Sì, perchè le Elezioni Europee sono vicine, e gli italiani vedendo un Presidente del Consiglio sempre all'erta, anzichè chiedersi "ma non ha nulla di più importante da fare per il bene del Paese, in questo momento di recessione globale?", un po' come ai tempi del presenzialista Mussolini, ritratto a torso nudo mentre raccoglieva il grano o faceva il cemento inaugurando un cantiere edile, amano vedere i propri eroi dare l'esempio, presenziare in prima persona, figurare.
Sì, la cultura politica italiana è questa: figurare, rappresentare una realtà magari diversa dalla verità, comunque interpretare una commedia. Ma bisogna ammettere che Berlusconi in questo è bravissimo, ha una marcia in più.
Ve lo immaginate Prodi con casco da Pompiere in mezzo ai terremotati d'Abruzzo?
Tutte le TV lo avrebbero preso in giro per il ridicolo "phisique du rol" da Pompiere, Gasparri e Cicchitto avrebbero presentato un'interrogazione alle Camere per chiedergli conto di aver ostacolato i soccorsi, Berlusconi avrebbe tuonato che, se fosse stato Presidente del Consiglio, il terremoto non ci sarebbe stato o le case non sarebbero crollate.
Sì: Berlusconi è bravissimo ad incantare noi italiani. E ce lo dovremmo sopportare almeno fino a quando camperà. Mettiamoci il cuore in pace.

venerdì 25 gennaio 2008

Grazie Romano...

E adesso via libera ad un nuovo sacco dei berluscones
Sì, credo che Prodi vada ringraziato per la dignità con la quale si è presentato in Parlamento volendo così costringere i voltagabbana cattolico-liberal-centristi ed i soliti sinistroTafazziani ad uscire allo scoperto. 
Potrebbe essere una lezione salutare per le forze politiche e per gli elettori. 
Per il resto sono d'accordo con Massimo Gianni che oggi su Repubblica online scrive: "Stavolta è finita sul serio. Il "guerriero", come l'ha orgogliosamente ribattezzato Diliberto, si è arreso. Triste destino, quello di Romano Prodi. 
L'unico leader politico di centrosinistra che riesce a vincere contro Silvio Berlusconi per ben due volte, ma per una ragione o per l'altra non riesce a governare per più di 600 giorni. 
Il Professore ha combattuto fino all'ultimo, ridando uno straccio di orgoglio e un briciolo di dignità a quel pezzo di coalizione che l'ha sostenuto fino all'ultimo. 
Ma al Senato, il suo vero Vietnam, nulla ha potuto contro il "fuoco amico" dei proto-comunisti alla Turigliatto, dei soliti trasformisti alla Mastella, degli pseudo liberisti alla Dini..." 
Servirebbe una Legge elettorale con i decespugliatore, non so se ce la faremo. 
Prepariamoci ad altri cinque anni di tristi governi berlusconiani, chini a baciare formalmente le mani a Ratzinger per poi fare porcate-da-condono e leggi truffa che aiuteranno sempre i soliti potenti ed arricchiranno i soliti già ricchi. 
Bene, grazie comunque ad un Prodi che ha ingoiato le forche caudine del Senato, almeno sappiamo chi dover ringraziare.

Gattostanco, 25 gennaio 2008