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giovedì 14 luglio 2022

Grazie Direttore.


Nel 1976 avevo dodici anni, ed ero in seconda media. Ma leggere era già la mia grande passione, e quando uscì il primo numero de La Repubblica, ricordo che passai dall'edicola prima di andare a scuola. Ovviamente non ero ancora pronto per quel giornale: bello e moderno il formato tabloid, ma troppo serio e profondo per un ragazzino.

Però poi, da adulto, Repubblica è il Quotidiano che mi accompagna da tanti anni, così come il piacere, di domenica, di leggere con maggiore tranquillità e minor fretta gli editoriali di Eugenio Scalfari, Giornalista che forse ho amato meno dello scorbutico e sanguigno Indro Montanelli e del perennemente partigiano Giorgio Bocca, ma al quale va attribuito il merito di avere davvero innovato più di chiunque altro l'informazione italiana, prima con L'Espresso, poi appunto con Repubblica.

E allora, caro Direttore, mi permetta di dirle grazie. Ci sono ancora centinaia di migliaia di italiani che leggono, si informano e riflettono, grazie al lavoro di professionisti dell'informazione, grazie a strumenti, come è un giornale, che questo consentono. Che non hanno portato il cervello all'ammasso dei meme anonimi di Facebook, dei post insopportabilmente taglienti a causa dell'imposta brevità di Twitter, delle stupidaggini colorate o filmate degli influencer di Instagram e TikTok.

I temi di una società complessa, dove economia e sicurezza, futuro e lavoro, vita e morte, diritti e libertà, dipendono dalle scelte di chi va a votare e di chi poi risulta eletto, non possono essere condensati in un meme, in uno slogan, in una foto o in un videoclip. Quando milioni di cittadini se ne convincono, spesso anche soddisfatti della loro ignoranza, poi accadono le cose peggiori: a governare chiamano pifferai magici e parolai imbonitori e populisti, che presto lasciano solo macerie, disoccupati e debiti.

La cultura e l'informazione, il dubbio, l'approfondimento e la riflessione, sono essenziali per cercare di capire (mica sempre ci riusciamo, eh!) la società nella quale tutti noi, volenti o nolenti, siamo chiamati a vivere. L'Espresso e La Repubblica, ed i tanti professionisti dell'informazione che, anche grazie alle idee ed alle riflessioni di Eugenio Scalfari hanno imparato a far bene il proprio mestiere, hanno reso un servizio al Paese. Lo hanno reso un po' migliore, o almeno hanno provato (e qualche volta ci sono riusciti) ad arginare il peggio che viene dall'ignoranza e dall'improvvisazione.

Grazie Direttore. Un lettore affezionato. 

lunedì 27 luglio 2009

Chi ha visto i 35 miliardi sperperati dal Tesoro?

Ieri su La Repubblica ho letto un commento di Eugenio Scalfari che mi ha colpito molto, e che mi piace riproporre per chi non abbia letto il quotidiano:
Sono molti, anzi moltissimi gli italiani che di fronte allo scandalo Berlusconi (non saprei chiamarlo altrimenti) rispondono: "A noi non importano i suoi vizi, privati o pubblici che siano; a noi importa che governi bene nell'interesse del paese e dei cittadini".
Si può non essere d'accordo su questo modo di ragionare che reputa la coerenza morale come un "optional" al quale un personaggio pubblico può sottrarsi. Ma adattiamoci a questa diffusa indifferenza morale e seguiamo pure quel modo di ragionare: sta governando bene?
Poniamoci solo questa domanda e cerchiamo di rispondervi con fatti e cifre.
Il governo ha varato un nuovo decreto legge per contenere la crisi e ha presentato il bilancio di un anno e mezzo di attività. Possediamo dunque tutti i dati per rispondere e non sono dati controversi perché è lo stesso governo a fornirceli. Il deficit è arrivato al 5,2 ed è molto probabile che salga ancora.
In parte questo pessimo risultato è dovuto a cause internazionali ma in altra parte è dovuto a cause esclusivamente interne e cioè all'andamento della spesa pubblica e delle entrate.
La spesa è aumentata in un anno del 4,9 per cento.
In cifre assolute si tratta di 35 miliardi di euro.
Stiamo parlando di spesa corrente della Pubblica amministrazione. Come è stato possibile uno sfondamento di queste dimensioni che equivale ad una pesantissima manovra finanziaria?
Voglio citare il commento che di questo sfondamento sorprendente ha fatto Romano Prodi in un articolo pubblicato sul "Messaggero" di mercoledì scorso: "Questo dato mette in evidenza una non prevista espansione della spesa ordinaria della pubblica amministrazione di fronte ad una preoccupante caduta degli investimenti. Tutto questo in presenza di una diminuzione del peso degli interessi sul debito pubblico per effetto della caduta dei tassi sui mercati internazionali. Davvero viene da pensare che qualche "fannullone" si sia dimenticato di esercitare il proprio compito di contenere la spesa corrente e indirizzarla invece verso gli investimenti necessari per sostenere lo sviluppo futuro del paese".
Io capisco che il nostro premier non voglia rispondere sulle veline, sulle "escort" e sul processo Mills. Ma qui stiamo ponendo a lui e al suo ministro dell'Economia una domanda di tutt'altra natura: che ne avete fatto di quei 35 miliardi di maggiori spese in un anno di vacche magrissime?
In teoria ci potreste rispondere che quei miliardi li avete usati per "stimolare" l'economia. Invece no, neppure quello avete fatto. I denari freschi per stimolare o sostenere l'economia ammontano in tutto e per tutto in 3 miliardi, pari allo 0,2 per cento del prodotto nazionale lordo in confronto con il 3 per cento che è la media dei paesi Ocse. Dieci volte meno di tutti gli altri.
Allora ripeto: che cosa ne avete fatto di quei 35 miliardi?
Altre domande non meno stringenti potrebbero esser fatte. Per esempio sul piano-casa che prevede centomila alloggi per famiglie con basso reddito. I progetti saranno certificati da un professionista di fiducia del committente. Sono veramente necessarie queste case, con le quali il territorio sarà definitivamente devastato mentre esiste una quantità di case sfitte per le quali non c'è domanda di mercato?
Un altro esempio riguarda la messa sotto schiaffo (nel decreto approvato venerdì dalla Camera) della Corte dei conti che il governo sta riducendo a un simulacro manomettendo i suoi poteri di controllo sulla pubblica amministrazione.
Chi è il "fannullone operoso" che stravolge dall'interno il sistema delle garanzie dilapidando risorse al punto che bisognerebbe segnalarlo al ministro Brunetta per le opportune sanzioni?
* * *
Può darsi che i molti che se ne infischiano delle veline, delle "escort" e del processo Mills se ne freghino anche della dilapidazione delle pubbliche risorse se non sono loro ad esserne toccati e anzi se per caso ne sono addirittura beneficiati.
La comunità nazionale affonda ma i molti che appartengono alla vasta cerchia clientelare ne godono.
Il rampante Tarantini è solo uno dei tanti e fa il nababbo tra la sua fattoria pugliese e la villa di Porto Cervo in prossimità di Villa Certosa. Non saranno certo lui e i tanti come lui a preoccuparsi del "fannullone" che sperpera a Roma. Però non c'è solo questo, il catalogo è lungo. Adesso faremo parlare Mario Draghi, governatore "pro tempore" della Banca d'Italia fino a quando i "fannulloni" non lo sbatteranno fuori perché sta diventando troppo ingombrante.
* * *
Parlando mercoledì scorso davanti alle competenti commissioni parlamentari il governatore ha sollevato un tema del quale finora sono in pochi ad essersi accorti nell'ambito delle istituzioni e quei pochi si sono ben guardati di renderlo oggetto di pubblico dibattito: l'usura nelle sue più varie forme, la penetrazione della mafia, della camorra e della 'ndrangheta nel tessuto imprenditoriale, specialmente nel settore delle aziende medio-piccole e piccole che hanno poca capacità di resistere alla crisi.
Draghi ha lanciato un allarme rosso su questo fenomeno che sta penetrando massicciamente nel tessuto produttivo non solo sotto forma di racket o di prestiti usurari, ma anche di acquisto di aziende che non sono più in grado di sostenersi e che vengono utilizzate dalla criminalità come preziose stazioni di riciclaggio per capitali accumulati con il commercio della droga, gli appalti di favore e l'usura vera e propria. Interrogato sull'efficacia dei controlli per impedire l'estendersi del fenomeno, il governatore ha detto a chiare lettere che i controlli esistenti sono assai poco efficaci e andrebbero rapidamente revisionati. Interrogato anche sullo scudo fiscale (che verrà istituito con il decreto in corso di approvazione parlamentare) e sui suoi probabili effetti negativi sul riciclaggio di capitali, il governatore, molto prudente nel pronunciarsi su una legge in corso di approvazione, ha tuttavia manifestato un aperto scetticismo sui controlli che lo scudo prevede per impedire il riciclaggio di capitali mafiosi. Ha osservato che in altri paesi che hanno fatto ricorso in questi mesi a provvedimenti analoghi non è stato concesso l'anonimato a chi decide di far rientrare capitali, non sono state abbonate le tasse evase ed è stata prevista una rigorosa certificazione sull'origine dei predetti capitali.
Nulla di simile è contenuto nella normativa predisposta nel decreto, sicché il rischio che capitali di origine criminale rientrino in Italia beneficiando per di più della robusta sanatoria che il decreto prevede, è ampiamente incombente.
All'allarme di Draghi si sono associate le parti sociali e in particolare la Confindustria, i commercianti, gli artigiani e l'associazione bancaria Abi.
Ma le questioni sollevate dal governatore non si limitavano all'usura e al riciclaggio. Riguardavano anche le norme previste nel decreto sulle banche. Si è infatti scoperto che alcuni articoli della legge imponevano alle banche misure molto pesanti che rischiavano di incepparne seriamente il funzionamento.
Il governo (i soliti "fannulloni") non se ne erano evidentemente resi conto, ma sotto le energiche proteste dell'Abi e della stessa Confindustria, ha deciso di annullare quelle disposizioni rinviando di 48 ore il voto di fiducia.
Intanto si è saputo che le "sofferenze" bancarie, cioè i crediti che i debitori non sono più in grado di restituire, sono aumentate in questi mesi del 125 per cento rispetto al periodo precedente e tutto fa prevedere che continueranno ad aumentare con ritmi ancor più intensi. La conseguenza inevitabile è una valutazione ancor più rigorosa del merito del credito, specie nel settore delle imprese medio-piccole, le più bisognose di sostegno.
* * *
Parole che direi definitive sono state dette in proposito dall'amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, nell'intervista pubblicata venerdì sul nostro giornale.
La fonte è insospettabile per oggettività politica e prudenza di giudizi: Passera è il banchiere che ha voluto e finanziato la nuova Alitalia, così come aveva voluto e finanziato la nuova Telecom senza più il controllo di Tronchetti Provera. Ed è quello stesso banchiere che ha già stipulato con Confindustria il finanziamento delle Pmi con una linea di credito complessiva di 500 miliardi di euro.
Ed ecco il suo giudizio sulla situazione e su ciò che ci aspetta a partire dal prossimo settembre. "Oggi produzione, fatturato interno, export e investimenti sono tutti in drammatico calo. Ciò che è stato fatto finora è nella direzione corretta, ma affinché queste misure abbiano effetto ci vuole molto di più di fronte ad una recessione di tale gravità.
L'Italia ha ritardi infrastrutturali gravissimi. L'efficienza del sistema-paese è il nostro vincolo più grave e poi lo scarso dinamismo della società che viene da fattori che ci vedono in fondo a tutte le classifiche mondiali: mobilità, meritocrazia, capacità decisionale. Qui c'è il nostro problema maggiore che logora non solo l'economia ma anche la democrazia". Più prudente ma più chiaro e più sincero di così...!
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La Lega punta sul federalismo ed ha la capacità politica di imporlo a Berlusconi.
La Lega è in grado di ricattare politicamente Berlusconi così come una qualunque "escort" è e sarà in grado di fare su tutt'altro piano.
Tra i due tipi di ricatto, così diversi tra loro, c'è tuttavia un nesso evidente che dimostra appunto la ricattabilità del premier. Le conseguenze sul piano della governabilità sono sotto gli occhi di tutti.
I dati e i giudizi sopra riportati sono anch'essi sotto gli occhi di tutti e c'è anche sotto gli occhi di tutti la necessità di quello che Corrado Passera ha chiamato uno "shock positivo", cioè un'immediata politica di rilancio che contenga la gravissima recessione che non sta affatto alle nostre spalle ma davanti a noi. Se lo shock positivo non ci sarà - e non c'è alcun segno che possa arrivare in tempo utile - avremo uno shock negativo che un paese economicamente prostrato e politicamente imbambolito non è in grado di fronteggiare.
Il premier e i suoi sodali del partito guidato dall'avvocato Ghedini non sembrano rendersene conto e daranno priorità ad una dissennata riforma della giustizia che provocherà una traumatica torsione istituzionale.
La Lega dal canto suo vorrà portare a casa quanto più potrà di federalismo e di barriere anti-immigrazione e soprattutto anti-integrazione.
Sono due mine vaganti ad altissimo contenuto esplosivo e questo spiega le preoccupazioni del presidente della Repubblica e nell'ambito del centrodestra del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Occorrerebbe arrestare qui ed ora questa deriva.
Non è un complotto politico né un catastrofismo perverso e infondato, ma una lucida visione dei fatti. L'esito è nelle mani degli italiani se sapranno essere all'altezza del compito.
(di Eugenio Scalfari, tratto da La Repubblica di domenica 26 luglio 2009)

domenica 13 gennaio 2008

Una Chiesa che scambia il sacro col profano

Un articolo di Eugenio Scalfari (La Repubblica del 13 gennaio 2008)
E' durato ventiquattr'ore il gelo tra Vaticano e Campidoglio, tra il Papa e il sindaco di Roma. 
Poi c'è stata la marcia indietro guidata dal cardinal Bertone, Segretario di Stato, e Roma da città in "gravissimo degrado" come aveva affermato Benedetto XVI di fronte a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra allibiti di tanta inattesa severità, è diventata di colpo una "città godibile e accogliente" e le istituzioni locali "alacremente impegnate a migliorare la socievolezza e il benessere diffuso".
Le due diplomazie parallele hanno lavorato sotto traccia senza risparmiarsi, ottenendo infine il risultato desiderato da entrambe (quella di Veltroni e quella di Bertone): correggere la "gaffe" di papa Ratzinger, ristabilire rapporti amichevolmente corretti tra le due sponde del Tevere, mettere allo scoperto l'ultimo colpo di coda di Ruini, autore del dossier cui si era ispirato il Papa per la sua improvvida sortita. Ruini sta facendo i bagagli, tra poco lascerà il Vicariato (per limiti d'età).
Al suo posto andrà il prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, candidato del Segretario di Stato.

Quanto all'assalto antiveltroniano scaturito dopo l'intervento papale dell'altro giorno, la correzione effettuata dal cardinale Segretario di Stato ha avuto l'effetto di un "boomerang": per l'ennesima volta gli statisti del centrodestra - con la sola eccezione di Casini - si sono esposti con strepiti e sceneggiate clericaloidi per poi trovarsi spiazzati e beffati. 
Una vittoria non trascurabile per Veltroni, derivante da un appuntamento che in condizioni diverse avrebbe avuto dai "media" l'attenzione di poche righe e che si è invece trasformato in una prova di forza del sindaco di Roma e leader del Partito democratico.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma è proprio così?

Dipende dai punti di vista. Per i laici-laici (adesso si usa definirli così) restano molti punti interrogativi dopo questa vicenda, ma problemi ancora maggiori si pongono al laicato cattolico.

Non che siano nati dalla "gaffe" di Benedetto XVI; esistono da molto tempo e precedono di anni l'incoronazione dell'attuale pontefice. Ma quest'ultima sua sortita ha avuto l'effetto di riproporli tutti, insoluti e sempre più urticanti.

Al di là della palese inconsistenza politica e culturale di papa Ratzinger, che da Ratisbona in qua si comporta come un allievo di questo o quel dignitario della sua corte spostando la barra del timone secondo i suggerimenti che gli vengono da chi di volta in volta lo consiglia, esiste più che mai un disagio profondo nella Chiesa e nel laicato cattolico. 
La Chiesa di Benedetto XVI, ma anche quella di Giovanni Paolo II, non riesce ad entrare in sintonia con la cultura moderna e con la moderna società. 
Questo è il vero tema che dovrebbero porsi tutti coloro che si occupano dei rapporti tra la società ecclesiale e la società civile all'inizio del XXI secolo.

La gerarchia ecclesiastica e quello che pomposamente viene definito il Magistero si sono da tempo e sempre più trasformati in una "lobby" che chiede e promette favori e benefici, quanto di più lontano e disdicevole dall'attività pastorale e dall'approfondimento culturale. 
Il "popolo di Dio" soffre di questa trasformazione; i laici non trovano terreno adatto al dialogo se non sul piano miserevole di comportarsi anch'essi come una confraternita pronta a compromessi e patteggiamenti. 
Quando un Papa arriva al punto di bacchettare un sindaco di Roma e un presidente di Regione e reclama maggiori aiuti finanziari per il Gemelli e il Gesù Bambino e per le scuole cattoliche; quando il Vicariato di Roma e il vertice della Conferenza episcopale intervengono direttamente sui membri del Parlamento e del Consiglio comunale romano per bloccare una legge o mandarne avanti un'altra; quando questa prassi va avanti da anni di fronte a problemi mondiali che chiamano in causa civiltà e culture, bisogna pur dire che siamo in presenza di spettacoli desolanti.

Aggiungo che si tratta di responsabilità condivise. La gerarchia cattolica baratta da anni (o da secoli?) il sacro con il profano; le istituzioni politiche l'accompagnano su questa strada di compromessi al ribasso per cavarne improbabili tornaconti elettorali; lo stuolo sempre più vociante degli atei devoti affianca o precede il corteo. 
Verrebbe spontaneo di voltar la faccia dall'altra parte per non vedere.

* * *

Veltroni ha fatto bene a protestare sottotraccia e portare a casa la vistosa correzione di rotta vaticana. 
Zapatero, in una situazione per molti versi analoga, ha scelto una strada diversa. L'Episcopato spagnolo guidato dal primate vescovo di Madrid aveva pochi giorni fa portato in piazza un milione di fedeli per protestare contro la legge sul matrimonio dei "gay"; la vicepresidente del governo, signora Fernandez de la Vega, ha ufficialmente commentato quella manifestazione con queste parole: "La società spagnola non è disposta a tornare ai tempi in cui una morale unica era imposta a tutto il Paese né ha bisogno di tutele morali. Tanto meno ne ha bisogno il governo che non le accetta".

Capisco che Madrid non è Roma e il vescovo di Madrid non è il Papa. Ma la Chiesa è la stessa in Spagna come in Italia. 
I laici-laici italiani avrebbero probabilmente preferito che la protesta del leader del partito democratico fosse stata simile a quella del suo collega spagnolo, ma in Italia non si può. L'Italia è una provincia papalina, Porta Pia è una data caduta in disuso, il Concordato fu voluto e firmato da un altro ateo devoto come Benito Mussolini e inserito nella Costituzione con il voto determinante di un altro ateo come Togliatti per ragioni esclusivamente politiche.
In Italia ci sono oggi due minoranze, quelle dei cattolici autentici e quella degli autentici laici. In mezzo c'è un corpaccione di laici e di cattolici "dimezzati", che ostentano virtù civiche e religiose che non praticano affatto. Quella è la maggioranza del paese. Il resto viene da sé.

Il guaio è che la gerarchia ecclesiastica e il Magistero non sono affatto turbati da questa situazione paganeggiante.
La loro preoccupazione è l'otto per mille, i contributi pubblici agli oratori, la costruzione di nuove chiese e parrocchie, l'esenzione dall'Ici, l'insegnamento del catechismo nella scuola pubblica, il finanziamento di quella privata. E naturalmente la crociata antiabortista, la moratoria.

A loro interessa non già di usare lo spazio pubblico per propagandare la dottrina e il Vangelo ma entrare nelle istituzioni politiche per guidare il voto dei parlamentari e condizionare i partiti. 
L'attuale Segretario di Stato, che rimpiange il Togliatti dell'articolo 7 della Costituzione, è comunque un progresso rispetto al suo predecessore, cardinal Sodano che, alla vigilia di ogni elezione, esaminava i leader dei vari partiti per vedere chi offriva maggiori garanzie alla Santa Sede. E quelli si facevano esaminare, felici quando il "master" toccava ad uno di loro invece che all'altro. 
Serve a qualche cosa una Chiesa così? Fa barriera contro le invasioni barbariche del terzo millennio o invece apre loro la porta?

* * *

Risponderò con una citazione quanto mai attuale: "La Chiesa sembra porsi di fronte allo Stato e alle forze politiche italiane come un altro Stato e un'altra forza politica; l'immagine stessa della Chiesa risulta appiattita sulle logiche dello scambio, impoverita di ogni slancio profetico, lontana dal compito di offrire ad una società inquieta e per tanti aspetti lacerata motivi di fiducia, di speranza, di coesione. Le responsabilità del laicato cattolico sono del tutto ignorate. La sorpresa e il disorientamento sono forti per tutti i cattolici che hanno assorbito la lezione del Concilio Vaticano II su una Chiesa popolo di Dio nella quale il ruolo della gerarchia non cancella ma anzi è al servizio di un laicato che ha proprie e specifiche responsabilità. Tra queste vi è proprio quella di tradurre nel concreto della vita politica e della legislazione di uno Stato democratico esigenze e valori di cui la coscienza cattolica è portatrice. E' legittimo e doveroso per tutti i cittadini, e perciò anche per i cattolici, contribuire a far sì che le leggi dello Stato siano ispirate ai propri convincimenti ma questo diritto dovere non è la stessa cosa che esigere una piena identità tra i propri valori e la legge. E' in questa complessa dinamica che si esprime la responsabilità dei cattolici nella vita politica. Urgente si è fatta l'esigenza della formazione del laicato cattolico alle responsabilità della democrazia. Perché mai l'Italia e i cattolici italiani debbono sempre esser trattati come "il giardino della Chiesa"?". 
L'autore di questa pagina è Pietro Scoppola e la data è del febbraio 2001, nel pieno d'una campagna elettorale che si concluse con la vittoria di Berlusconi e del suo cattolicesimo ateo e paganeggiante. Ma potrebbe essere stata scritta anche oggi con la stessa attualità. Purtroppo l'autore è scomparso, la sua voce non parla più e la perdita è stata grave per i laici ma soprattutto per i cattolici. 
Scoppola si rendeva conto che solo il dialogo tra la minoranza dei veri laici e la minoranza dei cattolici autentici avrebbe ridotto il peso di quell'indifferenziato corpaccione di finti devoti e di finti laici "appiattiti sullo scambio dei benefici e dei favori, impoveriti di slancio profetico e pastorale, dominati dalla gerarchia e dalle oligarchie".

Questo era il problema di allora ed è ancora quello di oggi. Di esso il Partito democratico, la sinistra radicale, i cattolici moderati, gli uomini e le donne di buona volontà, dovrebbero discutere; su di esso dovrebbero dialogare. La gerarchia occupi tutto lo spazio pubblico che vuole ma non interferisca nell'autonomia dei laici e delle istituzioni civili. I rappresentanti di queste ultime impediscano le interferenze anziché assecondarle o nel caso migliore tollerarle fingendo che non vi siano state. Queste finzioni non fanno bene né alla Chiesa popolo di Dio né alla democrazia.

Post scriptum. Molti lettori mi chiedono di intervenire a proposito della campagna per una moratoria sull'aborto. 
L'ho già fatto nei miei due ultimi articoli domenicali e non mi sembra di dover aggiungere altro. Mi chiedono anche un'opinione sulla disponibilità di Veltroni a dialogare su questi temi con Giuliano Ferrara, l'ateo devoto che ha promosso quella moratoria. Non ho opinioni in proposito. 
Anche a me capita talvolta di dialogare con il conduttore di "Otto e mezzo" in qualcuna delle sue trasmissioni. Certo Veltroni è un capo partito, ma questo non cambia molto le cose. Mi permetto semmai di incitare Veltroni a discuterne con le donne che sono le vere protagoniste, anzi le vere vittime di questa campagna di stampa regressiva. Il corpo delle donne, dal momento in cui è stato fecondato dal seme maschile e quali che siano le circostanze di quella fecondazione, dovrebbe diventare di proprietà della legge, cioè dello Stato? 
Questo sarebbe l'illuminismo cristiano di cui si scrive sul "Foglio"? 
Se questo è il tema, credo e spero che Veltroni avrà usi più utili per impiegare il suo tempo.


Eugenio Scalfari, 13 gennaio 2008